Scritti di Davide Gorga

Prose Inedite

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Racconti brevi


Infanzia
Il mostro
Disfatta
Racconti di primavera
Le scale nere della notte
Kirsilvië


Infanzia

La mia ombra segue il corso dei platani, lungo la strada. Il lampo, nella mente e nel cuore, scocca tra nubi viola. Risuona il mio riso nel buio.
Poco per volta, le strade si sono riempite di pozzanghere sotto la pioggia scintillante, stiletti d'argento e di giada come lacrime traboccanti.
Le ombre si allungano sempre più raramente, e la pioggia battente sul viso ormai sa di sale. La luce gialla si fonde a morire nel rumore del mare. E lungo la risacca rimango, nell'oscurità stellata di questo cielo illune.

Ricordi i giochi, le fate sotto il ciliegio, l'acqua fresca della fontana, l'ombra dei cespugli in cui correvamo?
Ho combattuto mentre eri lontano - i giorni trascorrevano roventi, morti deserti di fuoco, le notti disegnavano incubi danzanti in fiori malsani. Ora non più.

Se almeno cadessero ancora scrosci di pioggia sul mio corpo oscuro! L'odore del mare non cancella né i ricordi, né la fragranza bianca della mia pelle, di questo involucro che non si è mai spezzato in un'eterna attesa...

Ti sei spento come una candela. Non c'è più luce in questa notte eterna, non ci sarà più vita nei tuoi occhi vuoti, nel tuo sguardo che mi ha dimenticato - che ha dimenticato sé stesso.

Probabilmente nessuno, sei morto tu per primo. Macchina di morte, sudore di sangue, grido d'anima dannata. Sento il mio volto rilassarsi in un sorriso di pianto.

Il mare è così calmo anche nella tempesta che si riversa tra gli scogli... L'acqua lambisce già le mie gambe; il mondo questa notte sospirerà per me, e del mio respiro ingenuo non rimarrà traccia.

Una lama di luce ha squarciato l'orizzonte. Le grida dell'alba, i richiami che disegnano reti di vetro con la forza del vento che scarmiglia i capelli bagnati. Ho ancora con me il tuo ciondolo. Ora, il mare lo conserverà in eterno.

L'oro è inghiottito dalle onde.
Lentamente, nel cielo sempre più chiaro, l'acqua si abbassa sino a scomparire.
Chiudo gli occhi tornando sui miei passi. Oggi, in questa nuova luce che sembra dilagare, sono finalmente rinata. E quella crisalide che ti ha inutilmente atteso ora si è liberata del suo involucro, schiudendosi al nuovo sole come i miei occhi, ormai privi di quel rimpianto che non merito.
Lungo la via luminosa, respiro ridendo - di nuovo bambina - carne, sangue e spirito.
Ed il mondo con me.

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Il mostro

Il mostro divora con le sue pupille socchiuse gli ultimi raggi d'oro del sole al tramonto in un cielo azzurro, terso sino all'orizzonte, graffiato da alcuni esili cirri; sulle pendici d'erba verde si stende la casa della ragazzina. Tra breve, il buio. Il mostro ha vagato da un capo all'altro, spostando il suo corpo possente con la velocità del vento, e li ha visti raccogliersi intorno alla macchia bianca della casa sprofondante tra le tenebre. La notte senza luna è la loro padrona.
Un fruscio dalla boscaglia lo fa scattare, piantando gli artigli nel terreno sino alle rocce; in alto qualche forma invisibile oscura le stelle; presto saranno qui a migliaia.
Non c'è tempo, il destino è arrivato a compimento.
Il mostro sogghigna mostrando le fauci scintillanti come argento; la grande battaglia finirà qui.
Vita dopo vita, l'ha seguita. Era un bambino fra le cascate, e lei suicida per amore, senza riuscire a salvarla. Si è reincarnato per innumerevoli secoli nel corpo di un umano; un sapiente, un saggio, un poeta, un bracciante - quando ancora il sudore colava copioso sui muscoli tesi dei contadini dall'alba al tramonto che imporporava i ruscelli discendenti dalle più alte vette sino alle risaie; un asceta che aveva eletto a dimora quelle montagne inaccessibili e poteva controllare con la mente il corso degli eventi. Non era ancora sufficiente.
La sua vita, la sua ultima vita l'avrebbe trascorsa nel corpo di un mostro vivente nell'ombra e nell'oscurità, che anela al giorno ma partecipa della notte, pur di avere quella potenza che la dura disciplina mentale, negli anni bianchi di ascesi fra la neve, non gli aveva concesso, e che adesso si presentava sotto forma di artigli pronti a squarciare e dilaniare come lame d'argento, falci lucenti nella notte.

Ora la ragazza è in bagno, sta male e vomita il mondo dalle sue viscere, come in tutte le innumerevoli vite in cui il mostro l'ha seguita; questa volta è impassibile e fiero, color dell'oro scuro, in piedi nella notte, sul suo volto non esiste più esitazione.

Finalmente sono arrivati, come sciami di avvoltoi in attesa che la preda esali l'ultimo respiro, appestando l'aria con i loro miasmi… Non è più debole. Non più. Non è più un essere umano. È un mostro.
Saltando verso il cielo scuro in una tempesta di fulmini i suoi artigli squarciano a brandelli le larve invisibili, nuotando nel sangue e nella bufera sino all'alba, sino a quando al primo raggio di sole l'ultimo avversario, maledizione karmica, è squarciato dal suo pugno artigliato.

È la fine, soltanto un grande vuoto nel cuore; presto ritornerà alla notte, mentre il giorno si alzerà finalmente quieto e benedetto come una fragranza di profumi d'oriente su quella casa… Dopo mille vite e infiniti anni, il mostro ha compiuto la sua missione, con un ultimo sforzo risolleva lo sguardo riuscendo a scorgerla al di fuori, mentre sembra danzare nella luce sorgente del sole.

Poi, il mostro si dissolve nell'alba, in cento scintille dorate, a vegliare per l'eternità sul tesoro delle sue innumerevoli vite.

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Disfatta

Sono sir Bedivere, l'ultimo rimasto dopo la disfatta pubblica. L'acqua delle mie vene scorre lungo le pareti, frastagliando gli scogli della passeggiata.

* * *

La mia armatura tra le fronde di quercia; -il mio passo e il mio respiro nella nebbia druidica. -Si apre davanti a me la selva dei grattacieli. -I pilastri di vetro restano dietro le mie spalle, nel tempio del sogno.
Come un osceno idolo, si intrecciano e si dividono le solitudini stanche di brama. -Il disgusto dilaga, espandendosi come il riflesso di una nube nera sul lago limpido.

* * *

I pini e l'aria fresca accolgono le mie membra stanche.

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Racconti di Primavera

Fiori oro, azzurro e neve sbocciano tra le fiamme di lapislazzuli.
Architravi d'acqua s'inarcano; le ali venute dal mare risalgono verso il cielo sgombro; una casetta di vetro all'orizzonte è raccolta da una mano bianca.
E i cerchi intorno alla notte congiungono le solitudini degli amplessi fra i prati d'acqua e di verdi canne.

Fuoco rosso come sangue scarlatto divampa dalle mani dei meditanti, nel limpido sole. Acque stellate ne riflettono l'orrore -lame d'aria si scheggiano nei continui assalti verso l'alba spietata, nell'assalto senza speranza vittorioso.

La cintura di Orione serpeggia su per le colline, all'alto valico. Le nubi di sangue si addensano sui rilessi blu del giardino bianco. Immensa come la vita, la luce che irradia da sé risplende sui cancelli alti e slanciati, sul fogliame dei palazzi viventi ove mille voci cantano al semprevespero.

Le stelle vorticano fino all'alba. I veli si dissolvono. Il paesaggio si apre, stemperato fino all'Occidente. Ogni roccia vive, il mare e i ruscelli cantano tanto da straziare.

-Oh, respirare la grazia liberata da un solo Essere!

Le luci della città si affannano al mio fianco. Inchiostri e splendide candele. Fiamme divine, prendetemi!
Gli Angeli crocifissi non si contano più -Ma io berrò il vostro sangue, carnefici!

Metti via le tue favole; la società esige da te qualcosa di utile. - Gestirò una banca, un'agenzia pubblicitaria, una fumeria d'oppio!

Talvolta gli Angeli sanno essere molto duri col mondo, sapete?...

Il semicerchio d'acciaio taglia l'aria. Il vento di primavera risucchia i rami fioriti dalle mie mani, il vaso d'acqua è davanti a me.
Le mie braccia risalgono e si aprono come un ombrello di zaffiro lucente. I miei piedi roteano nell'aria tersa; il cielo e la terra sono uniti da una pioggia leggera. E io la respiro.
Le mie mani circondano il cerchio magico; Non sono più me stessa. Essendo comunque me stessa, Torno all'aria pura degli ontani e dei pini, lungo il sentiero, tra la lama d'acciaio e i fiori d'inverno.

Non vedo più che i diagonali tetti bordeaux, i muri nitidi, le fronde chiarissime del pino a ombrello. Muraglie di pietra che salto con facilità.

Un diario di scuola sull'asfalto, sfogliato a rovescio. Una voce soave cade lentamente sul selciato rosso sgretolato, nell'aria dell'estate. Labbra bagnate d'acqua gelida.
È il bacio freddo del mondo.

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Le scale nere della notte

Le scale nere della notte sono lastricate di marmo bianco. Affondano nel cielo stellato riverberando di luce pallida nell'oscurità.
Si snodano vicoli senza più speranza al mio fianco, mentre una sottile scia illumina, tenue, il selciato dei cammini più alti; come una musica funebre, simile alla melodia di una lira, risuona nell'anima il canto d'addio al mondo, triste eppure non disperato, che hai amato col candore della neve sporcata dai rumori di battaglie inumane...

Come in un sogno, tra i fiori della primavera cade leggera una neve splendente, i cui fiocchi raccolgo nel palmo per osservarli con gli occhi stupiti di un bambino, come mi hai insegnato tu, e sento scorrere le lacrime sul mio viso, senza arrestarle; avanzando lentamente verso quella distesa bianca ed effimera, che non sopravvivrà alla luce del giorno, al cui centro, nella misera tunica, giace il tuo corpo onorato dall'incantesimo eterno dell'universo...

Il mio ginocchio si piega al tuo fianco - mio amico, mio maestro - in questa oscurità illuminata di bianco ove i singhiozzi soffocati risuonano lievi.

Poi, infine, varco la soglia della tua abitazione e mi spoglio, rivestendomi di un'altra tunica identica alla tua; mentre i miei passi lasciano effimere impronte nella neve che domani scomparirà, mi siedo a gambe incrociate vicino al tuo corpo, con rispetto.

E così, nella posizione del Loto, mi sorprenderà l'alba - Qui, dove i sentieri della notte mi hanno condotto per assistere alla tua nuova aurora.

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Kirsilvië

In un tempio di vetro iridescente io mi ritrovo, sola con te; l'orizzonte indora di cristalli argentei le scale su cui corriamo ridendo, chiamandoci, voci sempre nuove in questo trasparente concerto, rispondenti all'eco dei canti d'acqua innalzata in fiori di lapislazzuli.

Nei pallidi arcobaleni, le vie erano lastricate di pietra dorata e dura, nei suoi ricami circolari su cui il sole pioveva benedetto tra le fronde degli alberi, e mentre l'aurora rinvigoriva in giorno stilettante di candore, i bianchi edifici si rincorrevano l'uno affianco all'altro, nel vortice di luce crescente. Ed era ancora il mattino oltre il ponte sul fiume.
L'aria fragrante ci circondava, sfiorando la pelle con un alito di primavera.

La finestra si è riempita delle voci del mattino, come una vertigine fredda. Appoggio la mano sulla tua spalla e piano svanisci, come nebbia evaporata alla luce calda, eterea, irreale - mio sogno, mia illusione - sino a che non ritornano i frastuoni rossi a schiantarmi in terra, come in un balzo nel vuoto, per ricadere tra il calore sudato dei cartoni dell'immondizia. E il mio spirito grida.

Il mio corpo nuovamente rivestito di carne densa ha richiamato ancora gli avvoltoi.

La corsa affannata tra le paludi di saliva, inferno terreno - le macellerie aperte sul suolo dei giardini affacciate ai ruscelli aspettano noi, agnelli sacrificali. Me e te.
Il mio sangue troppo rosso non scorrerà lungo il fiume come il tuo, esile e chiaro.

La mia mano scivola nella tasca sino alle pastiglie di sogno e veleno d'incanto - ricado nell'ombra.

- Le frasi iridate di luce circolari nell'aria che non riceve più né le mie parole, né il mio grido.

Nuovamente, al mio fianco, per l'eternità, il tempio di vetro risplende nel sogno illuminato dal chiarore delle risa.
Ancora posso stringerti a me, sentire il tuo corpo, candido come un fiume, che non è più…


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Racconti varî


Cannibale
Il Sogno
L'albero dei fiori di loto
Deneb


Cannibale

Avevo appogiato gli occhiali sul libro che stavo leggendo prima di addormentarmi e, a quell'ora di notte, non me ne ricordai. A svegliarmi era stato forse un rumore della strada, ad ogni modo, mi alzai e scesi in cucina; una volta aperto il frigorifero per bere un po' d'acqua fresca, intravidi una ciotola di vetro semitrasparente, al cui interno sembrava essere rimasto uno scuro pezzo di torta di pane1. "Che pensiero gentile..." sorrisi tra me. Lo infilzai con una forchetta e lo misi in bocca ma aveva una strana consistenza per trattarasi di una soffice torta... dopo qualche istante mi accorsi anche del sapore.

Mi appoggiai al tavolo della cucina e sputai la coscia di coniglio bollito che mi ero messa in bocca.
Non era una fetta di torta! Era ancora ansante, palpitante, vivo!
E certo non solo per il sapore.

Vomitai.
Dovetti lavarmi i denti almeno tre volte - o forse più, non ricordo - ma per il resto della nottata mi agitai nel letto, insonne, chiedendomi se avrei fatto meglio a risciacquarmi i denti, prendere una gomma da masticare, o infilarmi sotto la doccia fredda e ghiacciata...

Ecco, ora so che cosa prova un cannibale.




Note al racconto


1 - "torta di pane": dolce fatto con pane, latte, miele, burro, zucchero, cacao, uvetta, mandorle, vaniglia.



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Sogno

Le strade del ghetto, i vicoli, la casa maleodorante. Mio fratello non c'è più, solo odori disgustosi dalle cunette; la porta di legno è chiusa. È morto? Non la sua anima eterea, non sa la gente ciò che dice. Ed è ancora la risalita verso le vette, o la putrefazione dell'anima nel mondo vivente... Su, risalendo le scale, il mercato di schiavi è aperto. Ciascuno entra! Ed è facile scoprirsi a tremare di paura dinanzi alle parole del potere. Lassù, nel Palazzo Bianco come un sepolcro. Oltre ogni immaginazione, la paura regna, che cosa ne è stato dei miei sogni di ragazzino, sperduto ora e solo? Entro nell'atmosfera nera del palazzo candido; ed è cadere in un abisso, vertigine di mutamento. Si svendono corpi ed anime.
Basta! Esco fuggendo, inutile, tremante, solo, sotto un cielo inaspettatamente luminoso. Dal portale affianco al palazzo bianco si apre una porta alta, sotto i rami aggettanti di una ficus religiosa, l'albero sotto il quale il principe Siddartha divenne il Buddha Shakyamuni, l'Illuminato. Involto in una veste gialla - avvolto in una veste dorata - con maestà esce mio fratello.
Chi ho perduto, dietro di me, tra i banchi del mercato di schiavi.
Chi ho ritrovato, morto e rinato nello spirito e nella mente, completamente purificato, nell'aureo sole, mio fratello; parte del mio spirito che ancora dovrà camminare nel mondo con la consapevolezza della luce e la vista persa nell'oscurità al di fuori...

Sotto l'albero della bodhi, ho ritrovato me stesso.

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L'albero dei Fiori di Loto

Sotto il cielo di piombo l'aria grigia accoglieva le gocce di pioggia cadenti sull'asfalto, come in un trasparente incanto; coglievo una corolla dall'albero dei fiori di loto per la tua mano aperta, mistica, nel cammino diverso che ci attendeva, sino a che un fulmine schiantò la mia veglia.
E tornai a sognare.
Il mare in tempesta imbiancava la prima neve - All'albero più alto verrà appiccato il fuoco. Tra le fronde bruciate e verdi la mia armatura brillerà macabra a terminare il ciclo del Tempo. Cerchi e laghi.
Inabissandosi, il sorriso dell'alba prepara il nuovo tramonto. Vieni, figlia dal maglione bianco come la neve dell'inverno, quando la polvere di ghiaccio gela tra i fiordi!
La bianca distesa tra gli alberi ha assorbito ogni sogno reale. Ed io.
Io mi addormento su di essa, arrossandola del sangue che si allarga in un fiore di loto rosso scarlatto. A primavera, risorgerà azzurro.

- Ed è già la musica fra i due Mondi.

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Deneb

Il fioco chiarore stellare si dipingeva intorno a me come in una favola triste. Solo, accovacciato in un angolo, scorgevo nel cielo cupo e nitido la Via Lattea, le stelle, la diramazione di quella meravigliosa frangia in cui scintillava bianca, spietata, l'alfa cigni, splendente come un ghiacciaio nell'inverno.
Avevo forse una dozzina d'anni ed ero convinto che quella fosse stata la giornata peggiore di tutta la mia vita - e, chissà, forse lo sono ancora, poiché quello che i nostri sensi infantili ci mostrano è spesso più sottile, soave e importante di eventi apparentemente straordinari che occorreranno nel corso della vita. Era la chiave di volta di un'esistenza, rispecchiata nella Croce del Nord, il cuore di quel Cigno brillante.
Non avevo amici, preferivo leggere, da solo, nella quiete. Fu allora che me ne resi conto. Nel raggio lontano di quella stella ricordai che ogni minuscola parte del mio corpo era stata un tempo nel cuore incandescente di una stella, forgiata da mani invisibili più possenti del misero dominio degli uomini, ordita dal destino con cura infinita. Il mio corpo era interamente costituito da scintille stellari che non potevano non conservare il loro fascino, il loro ardore freddo, il loro incanto arcano.
Gli astronomi discutevano di astri di "prima e seconda popolazione" ma non comprendevano la magia che quelle parole sottendevano. Fra tanti, solo io, in quel preciso istante, mi rendevo pienamente conto dell'armonia cantante con cui l'Universo preparava il nostro corpo, il nostro mondo, il carro sui cui avremmo viaggiato in questa vita.
O forse no.
Forse, in quel preciso istante, qualcun altro fissava Deneb con la stessa meraviglia nel cuore e, dovunque fosse, là ero io.
Accanto a me un alto Elfo sembrò sorridere. Il velo tra i mondi era sollevato ormai.
Ed io lo seguii tra fronde argentate.


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Racconti lunghi


Shintô
Hirokata
Ipotesi d'incontro
Il Conte e lo spettro


Shintô

Il vecchio scriveva, aveva passato tutta la sua vita a scrivere; saggi filosofici e storici, novelle tristi e novelle allegre, romanzi dall'aria brumosa come le mattine sul mare e fragili ed esili come cristallo fine, storie di bambini e adulti, di ragazzi presi dalla corrente di sogno. Il vecchio aveva scritto ormai d'ogni possibile paese e condizione, e davanti ai suoi occhi e sotto le sue mani rugose sempre sfilavano nuovi personaggi, buoni o cattivi, saggi o stupidi, mossi dai più differenti motivi. Ma col passare del tempo, quando ormai era all'apice della gloria e del successo, il vecchio si era accorto che, qualunque fosse la loro motivazione, il loro fine ultimo, anche di quei personaggi che finivano inesorabilmente con un capestro intorno al collo, era diverso da quello apparente. Era la comprensione stessa dell'Universo e delle sue leggi. Non perché fossero i suoi personaggi, ma perché era una motivazione universale, l'unica che rendesse una storia degna di essere narrata e raccontata, con o senza arte. Altrimenti perdeva sapore e sembrava scialba come quelle mattine d'inverno in cui il sole non si decide né a illuminare il giorno, né a lasciare il posto alla pioggia, aprendo una di quelle giornate in cui non si ha nulla da fare, e ciò che si intraprende lo si lascia subito e si ritorna in casa svogliati sperando che giunga presto la notte ed una nuova alba più decisa.
Il vecchio capì in un attimo che tutto quello scrivere, quell'attività febbrile che sempre lo aveva accompagnato non aveva altro scopo che comprendere il grande mistero dell'Universo, e quelle volte che aveva creduto di far luce sull'animo umano denunciandone le ipocrisie, le bassezze, le volgarità, non erano che poche torce immerse nella più fitta oscurità, e che non aveva contribuito in nulla a svelare l'unica domanda che avesse senso porsi; ora, tutti i suoi amati libri gli sembravano pronti solo per essere gettati nel camino. Avrebbe dedicato quel poco di vita che gli restava a un fine più nobile.

Passarono i mesi. Alla primavera fresca succedettero l'estate torrida e l'ambrato autunno, meraviglioso in lontananza con le sue tinte che si inerpicavano su per la collina, ed ora, alle soglie dell'inverno, il vecchio sentiva di non avere più dentro a quel corpo stanco la forza per giungere ad un'altra primavera, ed allo stesso tempo, di non essere avanzato di un palmo nella sua ricerca. Malediceva allora la vita, così breve e ingrata, e si crogiolava nel dolore della sua ignoranza.
Un giorno prese un bastone e s'incamminò verso il paesello sottostante, non era certo una lunga passeggiata, e vide il camposanto recintato, e la chiesa, e più oltre, in lontananza, le prime case. Fu allora che un grande bagliore dorato gli fu davanti;
"Perché lo cerchi?" chiese una voce profonda come l'oceano, alta e chiara come le vette innevate, limpida come il suono di una campana e per la prima volta il vecchio si rese conto che stava parlando con un angelo, pur senza vederlo.
"Se sai cosa sto cercando, perché non mi rispondi?" domandò a sua volta, mentre la mano cominciava a tremare sul bastone. La terra bagnata era scomparsa in un velo luminoso.
"Che cosa faresti della tua vita se te lo dicessi?" chiese ancora la voce d'argento; ma a quel punto il vecchio si sentì avvampare dalla collera, ormai più forte dello stupore:
"Menzogne! Non esiste un fine! Non esiste nulla! Solo questa terra immonda e una morte che annulla tutto, ogni cosa, in cui Dio si prende gioco dell'uomo e delle sue sofferenze. Non esiste niente! Niente!". L'angelo apparve ora risplendente in un fulgore argenteo che si ampliava sempre più, come in una grande risata, allo stesso tempo sembrava che l'aria intorno a lui fosse divenuta allegra e possente; infine, dopo alcuni interminabili istanti, l'angelo parlò ancora:
"Io sono un Angelo del Signore ed egli, per mio tramite, ti manda a dire questo, che la tua domanda è stata ascoltata, e che tu non verrai a lui prima di averne intravisto la risposta, o rinunciato per sempre ad essa."
Nonostante la calma della voce, il vecchio s'irrigidì in quell'atmosfera irreale, alzò il suo bastone e, colmo d'ira, come un bambino dinanzi ad un gioco che non funziona come vorrebbe, fece per colpire - ma l'Angelo era scomparso.
Null'altro rimaneva se non una nebbiolina leggera che andava diradando.

L'inverno venne. Il vecchio percorse più volte la strada sino al paesello, senza più incontrare l'Angelo. Un giorno, sentì un dolore lancinante al petto, la vita lasciarlo in un attimo, ed il suo corpo accartocciarsi sotto l'impulso mancante di un cuore malato.
Si levò in alto, attraverso una bruma dorata, abbandonando un corpo che ormai non gli interessava più, attraversò un giardino di sogno e giunse infine lungo le rive di un fiume in cui si bagnava una donna dai lineamenti orientali, precipitandosi verso di lei come una saetta.

Il vecchio bambino non ricordava nulla della sua esperienza precedente, né il suo dialogo con l'angelo, né di essere stato un uomo in un lontanissimo spazio e tempo, né tantomeno la mole di libri che aveva scritto e di cui un tempo era stato molto orgoglioso. Nella piazza in terra battuta, giocava con gli altri bambini e tornava a casa la sera, in quella capanna ove sua madre lo aspettava. Quando crebbe, conobbe il lavoro dei campi, il sudore, la fatica, si ammalò e soffrì orribilmente, ma continuò la sua vita come chiunque altro; si sposò assai giovane ed ebbe tre figli che crescevano sani e forti, eppure spesso, quando tornava stanco e lacero dal lavoro nei campi, si fermava a guardare il fiume, come se in esso rivivessero riflessi a lui ignoti, come se una domanda non ancora sorta nel suo giovane cuore dovesse un giorno sbocciare sull'acqua, e quando infine tornava a casa era di umore strano e taciturno, quasi preso in considerazioni più grandi di lui.
La sua nuova condizione crebbe e divenne per lui un'idea sempre presente, quand'era tra le braccia della moglie, quando vedeva i suoi figli crescere e giocare come un tempo lui stesso aveva fatto, quando nelle notti insonni guardava le stelle. Aveva visto, talvolta, degli asceti che vivevano liberi ai margini dei villaggi, per lo più vecchi e senza alcuna attrattiva ai suoi occhi; essi erano giunti al limite della loro forza vitale, e sarebbero tornati polvere e terra, così pensava. E i suoi dubbi mai espressi non gli davano pace.

Un giorno, quando ormai ogni sorgere del sole non era diventato che una maledizione gravante sul suo cammino, vide un uomo pressoché della sua età seduto sotto un albero, vestito poveramente; un giovane asceta dalla figura composta e serena, e dal suo volto e dalla sua voce sembravano emanarsi mille fiumi d'argento e di vita.
Il giovane vecchio si sedette con gli altri ed ascoltò il suo discorso, ed il giovane monaco lo guardò per un attimo con occhi pieni di una benevolenza e di una saggezza finora sconosciute, e riprese:
"Perché nascita, malattia, morte, il distacco da quanto è piacevole e l'unione con quanto è spiacevole, sono dolore ed affliggono l'uomo; perché la continua sete di vivere e la continua sete di annientarsi sono l'origine di questo dolore, perché solo il completo distacco, l'abbandono, il disseccamento dell'albero che produce brama conduce alla cessazione del dolore; poiché soltanto una vita secondo una chiara visione, un retto pensiero, una retta parola, una retta azione, condotta e sforzo, un retto rammemoramento ed una costante concentrazione producono l'estinzione del dolore." Ed a quelle parole, il vecchio bambino, ormai divenuto uomo, comprese che tra quella fresca brezza di primavera tutto il suo scontento, la sua collera verso la vita, si scioglieva come un nodo di cui fosse stata tesa la cordicella giusta, e quando l'asceta se ne andò, egli lo seguì.

Ritornò a casa per dire addio alla moglie ed ai figli, ma questa gli si gettò fra le braccia e pianse, e non voleva che il vecchio che era stato bambino partisse; ma alla fine egli disse:
"Tornerò", e la lasciò nella capanna, ripercorrendo in senso contrario alla corrente il fiume che spesso aveva accolto i suoi pensieri.

Passarono gli anni, ed infine fu la moglie a raggiungerlo, e così i suoi figli, ed all'uomo che era diventato sembrava di aver sconfitto la brama, l'ira, la non conoscenza che l'avevano afflitto, contemplando il mondo così come esso era al di là di ogni illusione e speranza e timore, semplicemente come unico Vero.
Per lungo tempo fu appagato da queste conquiste, ma infine ricominciò ad essere turbato, dapprima lievemente, poi sempre più intensamente, poiché se da un lato non riusciva a provare quella compassione che l'asceta, ora suo maestro, insegnava, verso tutti gli esseri senzienti, dall'altro non riusciva a comprendere perché esistesse il dolore, perché occorresse liberarsene, perché la vita avesse quel corso e non un altro; ed i suoi pensieri ritornarono al fiume di cui tante volte aveva percorso le rive, come se in esso fosse racchiuso ciò che ancora turbava la sua anima. Altri anni trascorsero, colui che era stato il suo maestro morì, e così pure sua moglie; l'uomo divenne vecchio ed ancora una volta, mentre meditava dinanzi ad una grande statua, parve che da questa emanasse un alone luminoso che oltrepassava la coltre delle palpebre chiuse inondando la sua mente, ed una voce bronzea, come di campana, che gli parve familiare pur essendo certo di non averla mai udita in quella vita, gli rivolse una domanda al contempo solenne ed allegra:
"Hai imparato la Compassione?", ed alla domanda che spesso il suo maestro gli poneva, egli rispose senza muoversi, poiché ormai aveva oltrepassato i limiti dell'ira e della brama:
"No"; quindi, dopo un attimo, riprese: "Se la comprendessi, comprenderei anche la causa del dolore?"
La luce sfolgorante rise e non rispose, lo accolse tra le sue braccia e l'uomo ormai vecchio non si volse neppure a guardare il corpo privo di vita all'interno del tempio; osservò il mondo schiudersi come un fiore e come un fiore appassire, e nella quiete che comprendeva ogni cosa vide chiaramente approssimarsi dapprima lo stelo, quindi la superficie di un mare a lui ignoto, ed infine una strana casa tra le montagne in cui un giovane uomo lavorava duramente.

Il bosco intorno alla capanna del fabbro che era divenuto suo padre si stendeva a perdita d'occhio fra le montagne, isolato dal resto del mondo se non per qualche via ombrosa che si stendeva tra gli alberi alti e slanciati, seguendo il quale si arrivava verso valle in un villaggio chiassoso, verso monte in un tempietto dalla forma strana, con la sua porta a doppia traversa, di un colore lattiginoso; eppure il bambino che era stato il vecchio asceta, contrariamente alle aspettative del padre, non scendeva quasi mai in paese, ma risaliva verso il tempio nascosto o vagava per i boschi, libero e felice, anche se solo, e ben presto imparò che ogni roccia, montagna, albero, lago, aveva un suo posto nell'universo, un suo spazio vitale, era fonte di vita, era un'armonia cantante, quasi fosse uno spirito a sé, vivo e ben desto.

E presto iniziò a dialogare con l'armonia; il vecchio asceta silenzioso, ora di nuovo bambino, vedeva molto più di quanto non fosse considerato reale agli occhi di molti e, benché non fosse spesso in compagnia degli altri bambini, crebbe stimato ed apprese l'arte di suo padre, e fabbricò utensili, cancelli e lame di cui non era l'eguale, lasciando che tutto fosse un gioco nelle mani di una più grande armonia; e quando un giorno incontrò il monaco del tempio sul sentiero e gli chiese perché le persone che incontrava fossero sempre così tristi e preoccupate, o così seriamente impegnate in un progetto, quando per lui esisteva solo un'allegria che lo portava a ridere e cantare anche nella sua oscura officina di fabbro, quello accennò un sorriso e rispose:
"Perché non riconoscono che ogni cosa avviene seguendo l'ordine del cosmo. Ma ricorda," e qui il suo sguardo divenne serio e penetrante: "esiste anche l'armonia del dolore, e qualcosa mi dice che tu la proverai", al che il fabbro che era stato un asceta rispose sorridendo:
"Questo lo so bene!", ancor prima di chiedersi da cosa derivasse tale certezza. Il sacerdote non disse nulla, lo osservò serio, quindi s'incamminò col suo bastone verso valle, poiché doveva organizzare la processione che accompagnava la divinità del tempio.

Il tempo passava veloce per il giovane, e quando il padre gli presentò una giovane del villaggio che avrebbe dovuto essere sua moglie, egli scoppiò a ridere, ed a fare cenno di no col capo. La ragazza rimase impietrita, e presto grandi lacrime presero a scorrere sulle sue guance, ma il fabbro che era stato un vecchio la prese con sé e la riaccompagnò al villaggio, e mentre andavano egli si mise a cantare ed a scherzare, e le indicò i monti, gli alberi, le rocce e le chiese se non sentisse nulla, ed ella rispose: "Sento come un canto lontano", ed il fabbro fu felice, poiché la ragazza smise di piangere all'istante, e ridivenne allegra; di lì a poco sposò un ragazzo del paese, ed ebbe un bambino che spesso andava a giocare nei pressi del tempio in montagna e non di rado si fermava presso la baracca del fabbro, ed al giovane ormai uomo sembrava di conoscerlo, eppure non avrebbe saputo dire da che cosa nascesse questa consapevolezza.

Un giorno, mentre scendeva in paese per consegnare dei lavori, il fabbro vide intorno a sé solo facce tristi e gravi, era come se l'aria stessa ne fosse impregnata, e lo spirito dei monti piangeva anch'esso in una sottile bruma; ed allora l'uomo conobbe quasi come se stesse ricordando: "Ecco, questo è il dolore", e sbrigati i suoi affari chiese ad un contadino che cosa stesse accadendo; quello, curvo, senza quasi osare sollevare lo sguardo, indicò un campo fuori città e disse:
"La famiglia che ha in affitto quel campo sarà tutta giustiziata, poiché ha domandato una riduzione delle tasse, e la loro vita sarà il prezzo che il feudatario esigerà per accogliere la loro richiesta."
Il fabbro sentì nascere in sé un sentire nuovo, che non era conoscenza, non era allegria, non era paura, e si diresse verso il luogo dell'esecuzione, e lì parlò a voce alta al guerriero che la stava presiedendo;
"Fermati. Sarò io al posto di questi giovani a pagare il prezzo della richiesta".
Il guerriero e la folla ammutolirono, temendo che tutto si sarebbe concluso in maniera veloce e violenta; ma il guerriero si limitò a porre una mano sull'elsa della spada ed a minacciare l'uomo:
"Vattene. La cosa non ti riguarda."
Il fabbro lo guardò senza timore, e rispose:
"Non ho forgiato io la tua spada perché tu uccida degli innocenti. Lasciami parlare col tuo signore."
Il guerriero si avvicinò rapido all'uomo, ma così come l'erba aveva frusciato leggera al suo cammino, improvvisamente ritornò immobile e quieta.

Il sacerdote del tempio era anch'esso sceso in paese. Non disse nulla. Avanzò di un solo passo verso il guerriero, che si ritrasse come spaventato. Dopo un attimo d'indecisione fece un gesto, e i componenti della famiglia furono slegati, e vennero a gettarsi ai suoi piedi, anche i bambini, ed il popolo del villaggio era commosso e piangeva, ma il fabbro che era stato un asceta era allegro mentre avanzava verso la morte, e rivide d'un tratto il figlio della ragazza che un tempo avrebbe dovuto sposare, che pensoso gli chiese:
"Hai imparato la Compassione?",
ed a queste parole parve che il sole rinascesse inondando con i suoi raggi il volto del fabbro, che salito sul patibolo non sentiva più i dolori e la sofferenza dell'agonia, e quando avvertì prossima la morte, si rivolse al guerriero e con una voce stranamente forte gli intimò:
"Ricorda quanto ti ho detto riguardo la tua spada!",
e poi, con un immenso sospiro che parve dischiudere l'orizzonte sino ai limiti della terra, come se i monti, gli alberi, le rocce, i laghi e gli stagni si fossero uniti in quel canto, il fabbro rivide quell'argento, allo stesso tempo suono e luce, ed a lui si rivolse dicendo: "Ora sono veramente nato", e si stupì di quanto la sua voce rintoccasse bronzea come quella che ricordava di aver udito; in quel momento scoprì dentro di sé una gioia tale che sembrò l'Universo stesso ne tremasse e ne fosse scosso sin nelle fondamenta, dalle radici della terra sino alle stelle, ed oltre; e riconoscente l'uomo conobbe:
"Ora sono veramente nato", fondendosi con l'Assoluto, mentre una giovane mano di bambino lo accompagnava in un lucente chiarore d'oro.


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Hirokata



Il frusciare dei pini e la risacca del mare, bianca, disperdentesi in cento spruzzi salati, avvolgevano le coste sulle quali sorgeva la capanna del vecchio Maestro, al termine di un lungo sentiero in terra battuta. Gli alberi dagli alti fusti che lo bordavano accompagnavano il viaggiatore con aria benevolente sino alla costa, sulla quale la casa si apriva da ogni lato, aperta ai venti del mare, lievemente schermati da pannelli scorrevoli secondo le necessità. Al sorgere del sole, spesso, si trovava un anziano alto, magro, sorridente, dallo sguardo luminoso fra le rughe che incorniciavano il volto, coperte solo in parte dai capelli, che portava contro ogni consuetudine.
Le due spade alla cintura erano l’unica concessione alla tradizione ed infine anche il magistrato del luogo, dopo alcune discussioni dalle quali non gli era riuscito di uscire vincitore, aveva lasciato perdere.

Quella mattina, Hirokata giunse prima dell’alba sulla scogliera, lo sguardo rivolto al mare in burrasca, le navi dei pescatori al sicuro nel porticciolo. Aveva cercato di lasciare che la sua mente fluisse come acqua, eppure, nonostante gli insegnamenti del Maestro, grandi scogli impedivano al suo pensiero di non ristagnare e gravavano pesantemente sul suo animo. Aveva perso. Non un combattimento – quello lo avrebbe considerato un atto nobile ed eroico, una morte di cui andar fieri – aveva perso i suoi ideali ormai da troppo tempo, nonostante fosse giovane; ideali di giustizia non sottoposta ai capricci dei nobili, ricchi e potenti, temuti signori feudali. Essere al loro sevizio non lo interessava affatto, non più almeno, da quando l’età lo aveva condotto a vedere oltre la cortina d’illusione e nonostante fosse quello il destino cui era votato per nascita. Ed ecco allora la sua mano scivolare verso la wakizashi, e dopo poco ritornare al suo posto, sullo scoglio freddo e bagnato affianco a lui.

Dopo una discussione interiore tormentata come molte altre, infine, si alzò e, voltatosi, vide il Maestro dinanzi a sé, nonostante non lo avesse udito arrivare, né si fosse reso conto della sua presenza. Gli fece un cerimonioso inchino ma l’altro, con quella che poteva apparire un’esuberanza poco appropriata per la sua età, gli disse brusco e ridente:
– Perché t’inchini a un vecchio? Hai tutta la vita dinanzi, se prima non te la toglierai con le tue mani, anche se del resto non credo che avresti il coraggio di farlo!
Hirokata avvampò. La sua mano corse alla lama corta. Ma il suo gesto andò a vuoto, l’acciaio sguainato ora brillava nella mano del suo Maestro, che la stava contemplando alla luce crescente come un ricordo lontano;
– “Custode dell’onore”, la chiamano; eppure, che onore esiste nel rinunciare alla propria vita? – parve mormorare più a se stesso che al giovane allievo; quindi, con espressione più leggera, gli si rivolse con tono autoritario: – Vieni con me!

E Hirokata così fece. Dopo pochi passi si ritrovarono nell’abitazione del Maestro, non solo spoglia e rigida come la disciplina di un samurai avrebbe richiesto, ma anche stranamente in disordine, poco curata, con un’ampia sala centrale in cui, anziché le massime che era abituato a leggere, campeggiavano solo due scritte in una raffinata calligrafia: “Di sole due cose hai bisogno: la prima è la vita” ed affianco ad essa “Di sole due cose hai bisogno: la seconda è una spada”.
L’allievo guardò e notò tutto con curiosità; era la prima volta che entrava in quell’abitazione. Il Maestro gli fece cenno di sedersi, riconsegnandoli la spada corta, quindi si accomodò dinanzi a lui; tra loro, un’atmosfera di silenzio e di luce dorata che andava crescendo nella penombra.
Sebbene il Maestro non gli avesse rivolto alcuna domanda, Hirokata si sentì interrogato. E parlò. Di quanto gli apparissero vuoti e privi di senso l’onore, la gloria in combattimento, la vita stessa. Parlò a lungo e con la franchezza che non aveva mai riservato a nessuno. Poiché non era possibile vivere in quel mondo con idee così diverse da quelle richieste alla sua casta, a quelle di un vero samurai.
Quando terminò, un lungo silenzio, inframmezzato dal fruscio dei pini e dal suono del mare, accolse le sue parole. Abbassò lo sguardo, poiché sapeva di essere indegno. Ed invece, con sua grande sorpresa, udì un suono che mai si sarebbe aspettato.
Il suo Maestro stava ridendo! Non un riso di compassione, di scherno, neppure di follia; era un puro e semplice canto di gioia. L’allievo risollevò lo sguardo. L’altro lo guardava fisso negli occhi. – Dimmi, – gli si rivolse infine con un tono grave ed allegro al contempo; – sai per quale motivo mi chiamano “Yuki”, [cioè neve]?
Hirokata scosse il capo; conosceva il soprannome che i ragazzini avevano dato al suo Maestro ma gli era sempre sembrato riprovevole chiederne il motivo. L’altro continuò: – Per il fatto che sono talmente vecchio che i miei capelli sembrano neve, ed io stesso una vecchia montagna che ha vissuto abbastanza a lungo! È un modo come un altro per farmi capire che non sono più gradito in questo mondo! – rise il Maestro; – E non credere che i bambini siano i soli a pensarlo!
Hirokata annuì. Sapeva che il magistrato che amministrava la regione prima che lui nascesse, e quando tuttavia il suo maestro aveva esattamente lo stesso aspetto, stando a quanto gli avevano detto, aveva ingiunto al vecchio di attenersi a tutte le regole che la sua appartenenza alla casta guerriera imponeva e, trovandosi dinanzi ad un rifiuto, lo aveva sfidato a duello. Yuki lo aveva umiliato, non solo disarmandolo con il semplice atto di sfoderare la spada, ma denudandolo con il taglio duro della sua katana, privandolo della spada corta e lasciandolo nel mezzo del piazzale solo, disarmato, cinto unicamente di un panno intorno alla vita. Infine gli aveva gridato, stando a quello che i presenti raccontavano: – Ora va’ a fare seppuku dove meglio credi, se ti senti disonorato. Oppure, domandati perché ti ho risparmiato la vita, e se davvero non riesci a capirlo, va’ a domandarlo ai sacerdoti del Tempio! – ed in effetti l’uomo d’armi, sconfitto, aveva prima varcato la doppia traversa della porta del tempio sulla collina e, poi, era divenuto monaco in una sperduta abbazia tra i monti. A quanto si sussurrava, il daimyo stesso aveva informato il nuovo magistrato che non aveva nessuna intenzione di sprecare uomini ed energie per un vecchio sicuramente pazzo ma decisamente abile con la spada. E così Yuki aveva preso a portare apertamente il suo soprannome, a viver isolato e ad insegnare.

– Ora dimmi – riprese il Maestro; – perché le nubi pesano sul tuo cuore anziché veleggiare alte!
Ma il giovane non rispose ed abbassò lo sguardo.
– Che cosa mai hai imparato da me? – replicò l’altro;
– A combattere sinché avrò un briciolo di respiro in corpo.
– Hai imparato poco. – sentenziò Yuki.
– Infatti. Non capisco perché debba combattere; il modo di comportarsi dei bushi mi ripugna, così come i loro abusi; non voglio più essere un guerriero; non voglio eppure devo. Non capisco neppure perché sono venuto al mondo o quali colpe debba scontare!

Era la prima volta che il silenzioso Hirokata si apriva in quel modo, e gli occhi di Yuki lampeggiarono maliziosamente:
– Non vuoi più esere un guerriero, hai detto.
– Perdonatemi, Maestro! – s’inchinò Hirokata. Yuki rise sonoramente, si rialzò e gli disse: – Vieni con me, avanti!
Insieme si recarono alla sala principale:
– Che cosa leggi? ­– domandò Yuki indicando le due scritte che già l’altro aveva notato:
– “Di due sole cose hai bisogno: la vita; Di due sole cose hai bisogno: una spada” – lesse; l’altro riprese:
– Mi sembra tu abbia entrambe.
Eppure, Hirokata lo fissava senza capire. Allora l’altro ricambiò il suo sguardo con quegli occhi profondi come il mare:
– Prendi la tua spada e va’ via da questa follia di sangue, ricorda che essa ti servirà un giorno per proteggere, non per uccidere, e forse verrà il tempo in cui tutti gli uomini lo capiranno. Ma se tutti gettassero al vento la propria vita, nessuno certo se ne ricorderebbe! Vattene! Ora! E non guardarti più indietro!
Un lungo silenzio soggiunse a quelle parole;
– “Yuki” conosce molte cose che credi di tenere segrete nel tuo animo, le ha viste da quando sei entrato in questa scuola; tuttavia, contrariamente a quanto puoi pensare, ti ho sempre ritenuto il mio migliore allievo. Va’ ora, perché hai compreso. Va’ e ricorda. Sarai ferito, nel corpo e nello spirito, ma solo quando avrai esalato il tuo ultimo respiro avrai il mio permesso di smettere di combattere! – quindi, mentre l’odore di legno e di mare si faceva sempre più intenso, riprese: – Rispetterai l’ultimo ordine del tuo Maestro?
Hirokata rispose: – Sì. – e dopo essersi inginocchiato ed aver salutato il vecchio se ne andò, eppure l’altro non aggiunse più una parola, limitandosi a fissarlo.

Passarono gli anni. Le montagne erano fredde e inospitali, gli abitanti del villaggio che lo avevano raccolto stremato riuscirono a stento a nutrirlo con ciò che avevano risparmiato delle loro fatiche, soccorrendolo ed accogliendolo nella loro comunità. E così, in seguito, egli si era messo a coltivare la terra, imparando un mestiere che avrebbe tolto onore alla sua casta semplicemente perché onesto. Eppure, ricordando gli insegnamenti del vecchio Maestro, non aveva mai abbandonato le sue due spade.
Viveva in una piccola casa ai margini dell’abitato; ogni giorno che passava si sentiva rinascere, e presto si ritrovò a sgranare gli occhi ad ogni aurora, a respirare ogni alito di vento fresco, a ringraziare per ogni ciotola di riso. Per anni, coperto di onori, era morto, ed ora, senza onori, era rinato. Poiché il riconoscimento dato da altri uomini, si rendeva conto, era ben misera cosa, e cambiava con più rapidità del vento, e ciò che era degno di onore un giorno era giudicato disprezzabile quello successivo. Aveva imparato la Legge Eterna dai monaci erranti ed era loro grato, aveva appreso il lavoro, l’amicizia, dalle persone più semplici e dai reietti, e ad essi era grato. Aveva appreso la vita.

Un inverno fu particolarmente duro; i raccolti ne risentirono, il villaggio non riuscì a pagare le tasse nelle mani dell’amministrazione che raggiungeva persino le cime delle montagne. Il capo del villaggio era andato a spiegare la situazione al magistrato ma era stato rimandato senza aver ricevuto udienza.
E vennero i bushi di cui un tempo, lontano, Hirokata aveva fatto parte. Riconobbe i loro vestiti, lo stemma, le armi, lo sguardo. Alla testa di una decina di guerrieri procedeva un uomo con le insegne del feudo. In breve risalirono lungo la strada che portava al villaggio e si fermarono sul piazzale.
E Hirokata ricordò quando il vecchio Yuki si era battuto con il magistrato, nella piazza del paese, proprio come in quel giorno in cui il sole era oscurato dalle nuvole.
Gli abitanti si fecero timidamente incontro ai soldati, disponendosi a cerchio intorno a loro. Infine, venne anche il capo del villaggio. La discussione fu breve. Un calcio lo respinse a terra, e fu ordinato il saccheggio. I soldati si avventarono contro le case e le donne, quasi fossero state animali, facendosi largo senza fatica tra quei contadini disarmati.
E Hirokata gridò, con una voce talmente alta che tutti si fermarono immobilizzati.
A lenti passi si piazzò nel centro dello slargo in terra battuta, sguainando con lentezza la katana, ed attese, volgendo lo sguardo intorno. I soldati si fermarono – il tempo si fermò – e lo circondarono, mettendo mano alle loro armi; in cerchio, lo stringevano sempre più dappresso. E poi non ci fu più il tempo di pensare.
Le lame s’incrociarono, il sangue scorse, ed il dolore lancinante di una ferita fece accasciare Hirokata al suolo. Aveva osato troppo, contro dieci bushi addestrati e spietati, lo sapeva bene, ed ora era finalmente pronto a morire; ora che aveva vissuto ed usato la sua spada per proteggere.

Poi, senza preavviso, le grida si allontanarono da lui. Tamponando il sangue della ferita alla gamba che lo aveva reso inerme, si volse a guardare: i soldati stavano fronteggiando un uomo, anziano, che rideva mentre faceva brillare la spada. Yuki, dai capelli bianchi, era lì.

Il sole scintillò sulla sua spada.

Udì il vecchio Maestro gridargli: – Hirokata, sei ancora vivo, hai ancora la tua spada; combatti!
E Hirokata si rialzò zoppicando, stracciò un lembo del suo abito, fasciò la ferita e si unì al Maestro nella lotta. In breve, i bushi si ritirarono in una fuga disordinata. In mezzo alla piazza, in una luce che sembrava abbagliante, allievo e Maestro si ritrovarono:
– Che cosa ti avevo detto? Finché sei vivo non devi temere nulla. – ed a quelle parole, forse per la prima volta in vita sua da quando era un ragazzino, Hirokata rise di cuore. Rinfoderò la lama e guardò Yuki, non sembrava cambiato affatto; poi, questo, con un’espressione indefinibile sul volto, si allontanò come se stesse scivolando sul terreno, sorridente, sereno come sempre.

Nessuno vide più il vecchio Maestro, e le guardie non tornarono. Alcuni dissero che erano stati salvati da uno spirito. Ma Hirokata sapeva che, per essere uno spirito, Yuki era decisamente solido – e non solo per l’abilità nel maneggiare la spada che aveva fatto indietreggiare dieci bushi feriti – ma anche perché ora, nella modesta casa di Hirokata, campeggiavano due scritte in bella calligrafia:

“Di sole due cose hai bisogno: la prima è la vita”
“Di sole due cose hai bisogno: la seconda è una spada”


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Ipotesi d'incontro

È uno di quegli amori che non si incontrano mai. Lei era una spiritualità incarnata in un corpo di bellezza che non cessava di ardere, come un fuoco di carità lucente, la sua mente poteva facilmente raggiungere i limiti dell'infinito e soffermarsi a meditare su di loro, ed il suo era un chiarore bruciante e chiaro, vivo di luce, di entusiasmo, di voglia di vivere e di far vivere e capace come pochi di un'amicizia sincera e di amore per il prossimo senza ipocrisie.
Ma di tutto questo, Diana non era cosciente, poiché la mente viva e pronta è sempre rivolta verso l'esterno, per cogliere l'essenza del mondo, la meraviglia del sole calante, di un'alba brunita. Mentre invece i sentimenti rimanevano ignorati, da lei stessa che non era se non l'espressione cosciente di quegli stessi sentimenti brucianti che risplendevano come un anello d'oro sul fondo di un ruscello. Ma ovviamente Diana aveva anche un corpo, che richiedeva di bruciare e bruciare l'intensità dello spirito, nella danza, nella vita sociale, nelle serate in discoteca. Al suo contrario, Paolo era sempre stato più o meno un orso, e neppure troppo temibile, ma già lacero e sdentato a dodici anni, almeno ai suoi occhi.
Era il perfetto rovescio della medaglia, il mago che non ti aspetti di trovare nel mezzo del racconto, lo sciocco che si avvolge nel mantello sgualcito parlando agli spiriti, ma che sa vedere con nitidezza ogni singola sfumatura dell'anima, completamente rivolto verso l'interno delle cose -e delle persone. Una promessa di un futuro lungo e faticoso, ed in lui ogni fuoco di vita era incanalato verso l'interno ad alimentare sempre di più l'alchimia dell'anima che si concretizzava ogni giorno sempre più viva. Ma anche Paolo ovviamente doveva gestire il suo corpo per la troppa energia che in lui fluiva, ed allora eccolo a calcare i campi da gioco, a lasciare tutto per ritrovarsi in una palestra di karate come un asceta che si ritiri in un tempio.
Ed ora il Tempo era passato, e si ritrovavano in un bar, a distanza di sedici anni, e non credevano a quanto il mondo li avesse cambiati. Diana si era sposata, aveva litigato, aveva cercato un lavoro, e l'oro sotto le acque azzurre si era offuscato, anche se era rimasto visibile agli occhi meritevoli. Era stata lei a chiamarlo, in quel bar, in quel momento che non sarebbe mai più tornato come tutti quelli di quei lunghi, interminabili sedici anni gettati via sprecando le proprie vite, come aveva spesso pensato il giovane, come la galaverna che gela per un giorno d'inverno portando il cielo in terra, e poi scompare. Se soltanto avessero unito l'esterno con l'interno, il visibile con l'invisibile! Che meraviglia sarebbe accaduta ad alchimia avvenuta? Nel frattempo anche lui era cambiato. Il viso eretto e gli occhi che guizzavano da un punto all'altro sopra un'espressione di comando. Aveva lottato e combattuto, vinto e perso nelle cento battaglie della sua vita come tutti quanti, ma aveva affinato le sue qualità sino al punto di saper quasi sentire le emozioni di chi gli stava di fronte quasi fossero le proprie. Aveva visto i campi di battaglia. I suoi amici morti. Si era battuto ed era rimasto ferito nel fisico sino a che non aveva più contato le cicatrici, nell'animo altre si erano sovrapposte, più importanti. Era diventato forte, e ironico. La sua filosofia di vita si era ridotta ad un semplice "Sei vivo? Allora va bene. Prendi la tua spada e va'!".
E Diana come molti ora ne era rimasta spaventata, vedendo che quel viso che non era mai stato pronto al sorriso la guardava con un piglio ostile solo perché questa era diventata con gli anni un'abitudine, mentre lui avrebbe volentieri benedetto il terreno che lei calpestava. Ma il tempo era passato, e di questo egli se ne rendeva conto molto più della ragazza che aveva di fronte, e sebbene si addossasse spesso le colpe di quel mancato ritrovarsi fra compagni d'armi in questa vita, ora sapeva che non era stato solo un suo errore, ma anche il frutto di una libera scelta altrui. Purtroppo.

La Ruota del Tempo gira in un senso solo.

Perché in quegli anni, essendosi addossato ogni colpa e meschinità, aveva avuto la consolazione di pensare che Diana non avesse mai sbagliato. Non era così. Compagni d'armi. Aveva passato così tanto della sua vita a combattere che non sapeva più vedere nelle altre persone che possibili compagni sul campo di massacro.

Dal canto suo Diana era un germoglio fiorito in campi sbagliati, o tale si sentiva. Dal mondo che le si era rivoltato contro, il mondo della sua infanzia in cui viventi ancora la neve e l'affetto era la fede della vita, a quello presente, in cui ciascuno perseguiva i propri interessi; anche il ragazzo che le sedeva davanti e che le sembrava così cambiato. Come aveva sempre cercato il proprio interesse, - pensò. Come aveva sempre cercato di coinvolgermi in fatti che non c'entravano niente con la mia vita solo per attirare la mia attenzione... o forse perché si rendeva conto che la sua forza, sola, non era o non era ancora sufficiente? D'altronde non aveva mai chiesto nulla per sé. Soltanto un aiuto in chissà quali faccende oscure. Di cui Diana non voleva certo far parte. Ed ora, di fronte a quel viso duro ed esperto, che sembrava conoscere la morte e la morte violenta in particolare molto più di quanto non avesse mai pensato, per la prima volta si chiese "Era giusto il mio giudizio?" e più spaventata la sua mente "Quanto da vicino conosce la morte?". Ma il sole si oscurò dietro le nubi, e con esso il rapido pensiero passò. Una maschera convenzionale...
-Come stai?
Ed i sogni viventi che come neve si posavano piano in quel giorno di febbraio erano ancora in attesa, dopo gli inferni, le solitudini, il sangue, quanto sangue sparso in ogni luogo, dove i bambini avrebbero dovuto giocare con la loro innocenza e parlare con gli Angeli dei sogni nelle notti serene d'estate, i sogni avrebbero dovuto aspettare un'alta vita e un'altra strada -scelta e voluta.

E la Ruota del Tempo continua a girare, portando i pensieri del giovane sulla Via che si era scelto e quelli di Diana sulla casa, la famiglia, sui fatti quotidiani senza rami splendenti di galaverna nell'inverno. Era questa ormai la sua Via.

Il tempo il tempo era passato. "In un'altra vita ci ritroveremo" pensò Paolo, ed iniziò a rispondere, fissando negli occhi la sua promessa di paradiso.

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Il Conte e lo spettro

Un tempo, gli elfi silvani erano soliti riunirsi in vasti semicerchi ricavati nel folto della foresta o sulle alture brulle e nebbiose del nord, per consolarsi con storie e favole di ogni tempo e radunare il loro popolo disperso. Un giorno di primavera il mastro cantore suonò più e più volte la campana aggraziata che pendeva da un sostegno di ferro massiccio e, nel chiarore del sole che dissolveva gli ultimi veli di bruma sulla brughiera, gli elfi vennero a raduno nei pressi di una fonte maestosa, sovrastata da un albero centenario; elfi multicolori, sgargianti, gai e sbarazzini che ridevano e scherzavano come tra vecchi amici; elfi solitari e muti; e, naturalmente, elfi di una bellezza incomparabile e dalla voce argentina.
All'ultimo tocco della campana, tutti presero posto quasi all'unisono nel vasto semicerchio in cui il vento sospirava fra stalli di pietra. Un elfo dallo sguardo penetrante e acuto li squadrò uno ad uno rammentandosi mutamente di loro. Infine, con un lieve cenno della mano, rispose ad un elfo vestito di grigio che aveva richiamato la sua attenzione allo stesso modo e tornò a sedere. L'elfo grigio si alzò, e cominciò a declamare: "Amici che siete qui convenuti, se vorrete, vi narrerò una storia antica, perché possiate rinfrancare il vostro spirito con essa, e trovare consolazione al nostro lungo vagare", e, poiché l'assemblea taceva mentre tutti gli occhi erano rivolti verso di lui, riprese con la sua limpida voce:
"Bene, amici valenti ed amiche dal chiaro vestito, vi narrerò la storia dello spettro e del Conte", e cominciò, come in una melodia, a raccontare.

"In un luogo non distante da questo, viveva anticamente un uomo molto potente, che dominava le contrade d'intorno per molte miglia, ed al cuore del suo dominio si ergeva, forte, alto e inespugnabile, il suo castello. Non si ricorda più il suo nome, poiché le pietre sono cadute, i cancelli corrosi dal lento scorrere del tempo, e su quella fortezza sono cresciuti il muschio e le erbe; d'altronde, neppure al tempo in cui l'uomo viveva si indicava per nome; egli era semplicemente il Conte, e dinanzi al suo potere persino il Re tremava, fragile e timoroso. D'altra parte, il Conte era amato dai suoi sudditi, poiché amministrava le terre con giustizia, non opprimeva i contadini e non strappava dal seno delle madri né i ragazzi per farne soldati al suo servizio, né le ragazze per il suo piacere, cosicché, invece, erano molti quelli che domandavano un posto a corte o nell'esercito del feudo, ed i pochi che venivano ammessi a varcare le mura di pietra andavano ad ingrossare sempre più le fila dei lavoranti e degli armati in un castello già di per sé opulento e potente; gli ampi colonnati che introducevano agli alloggi del Conte erano splendidi, ornati con motivi floreali intagliati nella roccia, abbelliti da arazzi di gran pregio su ogni muro, ma il Conte, lui, non varcava quasi mai se non di malavoglia le soglie delle sue stanze e, ancor meno, quelle del castello; si dice che la moglie fosse dolce e delicata e, ancor prima del matrimonio, quasi più senza forze, tanto da non riuscire a camminare da sola. La parentela del Conte si era opposta a quello strano matrimonio, proponendogli una consorte dal sangue nobile che aveva in sé forza e salute per garantirgli una progenie, ma il giovane Conte, più duro del masso del suo castello, aveva fatto a modo suo, né alcuno aveva osato opporsi al suo volere. In pochi l'avevano vista, giacente od appoggiata al braccio del marito, fragile come una farfalla, bianca come la neve, gentile come un refolo di vento profumato che illuminasse le sale scure e vuote; e chi ne aveva incrociato lo sguardo, non lo dimenticava, esile e forte, triste come l'autunno e allegro come lo sbocciare dei fiori a primavera, giovane e saggio. Una sera, al lume delle torce, fu portata via e il suo corpo sepolto fuori le mura, sotto una tempesta di neve di un inverno inclemente.
Il Re conosceva lo stato di cose in quel remoto angolo del regno, e ne aveva timore e sdegno. Perché sembrava che il Conte troppo avesse avuto dalla vita, il potere sulle sue terre e l'amore dei sudditi, la prosperità del feudo e la pace, e i suoi confini erano ben custoditi, tanto che corsari e predoni non si sarebbero potuti addentrare dalle spiagge o dai varchi tra le colline senza trovarsi dinanzi un esercito dieci volte superiore che avanzava cantando. Così il Re era inquieto, poiché pensava che presto un altro avrebbe cinto la sua corona, mentre la fila dei mendicanti si allungava dinanzi alle sue porte, le sue terre personali inaridivano portando morte e malattie, e le sue reclute tremavano giorno e notte, anelando la casa da cui erano state strappate. Inutilmente il Re si compiaceva del lusso, delle cacce, delle giovani più belle che sceglieva per il suo piacere, perché la notte si svegliava di soprassalto sognando la lama di un coltello che, fredda, gli accarezzava la gola; il giorno temeva ogni ombra ed ogni persona che gli si avvicinasse, poiché ovunque la sua mente scorgeva il terrore del Conte.
Una sera d'inverno, mentre i fiocchi cadevano vorticando ed il Conte ricordava, il re ne decise la morte.
Chiamò a sé due messaggeri affinché portassero a lui un messaggio di sangue. Dopo giorni di viaggio, questi raggiunsero il castello, e si fecero annunciare. Ma quando il maggiordomo informò il Conte dei due messi reali, quello sorrise amaro e rispose:
"Di' loro che il loro messaggio ha fatto troppa ruggine";
così, i due sicari non poterono avvicinarlo.
Al loro ritorno, l'ira e la paura del Re furono enormi; ecco, già vedeva un grande esercito d'uomini alle sue porte sfondare i cancelli e porre un'altra dinastia sul trono!
Lontano, metodico e triste, il Conte osservava le stelle.
E la primavera giunse, e con essa la promessa del raccolto in estate, e la gente ballava nei borghi allo sbocciare dei fiori. Il Re nel frattempo aveva lasciato la sua corte alla testa di un piccolo esercito, che certo non avrebbe potuto vincere contro il potere del Conte. E tuttavia, avvicinandosi al feudo, come i suoi consiglieri gli avevano detto, i soldati più esperti diventavano mendicanti, suonatori, esuli e poveri d'ogni specie.
Il campo del Re fu presto deserto, rimasero soltanto soldati troppo giovani a tremare di paura e prostitute senza lavoro, intorno ai fuochi inutili e mai sorvegliati.
E presto, nelle notti dalla luna ancora fioca i campi ben germogliati bruciarono, i recinti degli animali furono aperti da mani ignote, le costruzioni s'incendiarono, e del feudo ridente non rimase che un immenso rogo. Davanti agli occhi della gente, si stendevano prati di desolazione e cenere dove prima erano stati i campi coltivati e le case. E ben presto arrivarono i falsi mendicanti e tramite loro si diffuse l'arma che il Re e la sua corte avevano preparato, poiché agli abitanti che domandavano da dove venissero, quelli rispondevano "La mia casa è stata messa a fuoco dal tuo signore, i miei campi devastati dal suo esercito, e speravo che almeno del suo feudo avesse pietà, nella follia che lo divora da quando ha perso la giovane moglie, ma vedo che non è così, ed ora tu ed io, e con te la tua famiglia ed i tuoi figli, moriremo di fame e di stenti".
Più veloce della fiamma sospinta dal vento, la rivolta si estesa al contado, ai borghi, alle città, ed in breve si rovesciarono migliaia di uomini e donne contro le mura alte e inespugnabili del castello del Conte, armati di pietre e di forconi. Ma per quanto urlassero e battessero, dalle mura nessuna risposta giungeva. I soldati sembravano divenuti anch'essi di pietra, tant'erano immobili, sino al cambio di una guardia ugualmente inerte e silente.
Il Conte non usciva più dalle sue stanze. Infine, dopo un paio di giorni, fece il giro delle mura e guardò verso il basso, verso il popolo stremato e folle di collera che si agitava come una marea all'assalto della fortezza. Un fischio lacerò l'aria, ed una pietra colpì di striscio il Conte all'altezza della tempia, ma quello non si mosse, sebbene il sangue colasse sui suoi vestiti. A un certo punto vide una donna che barcollava e la fissò per qualche tempo con i suoi occhi severi; quindi chiese ad uno dei suoi capitani: "Che cos'ha quella donna?"
"È stremata perché è madre da poco, sire, e non ha più latte per suo figlio".
Il Conte non mutò la propria espressione, ma ordinò soltanto: "Calate il latte", e ritornò nei suoi alloggi.
Dai bastioni fortificati, anziché olio bollente o pietre, la folla vide discendere, allibita, dei secchi pieni di latte fresco di mungitura. Alcuni fuggirono, ma i più si avventarono a bere, e più bevevano più secchi venivano calati da soldati impassibili e silenziosi.
Se qualcuno gridava loro che cosa significasse tutto ciò, rispondevano soltanto: "Ordine del Conte". Durante la notte, il nobile rimase nella sua stanza, sveglio, a studiare la volta stellata. Il secondo giorno, uscì di nuovo sulle mura, la fronte bendata, e guardando la folla, disse solo: "Calate il pane", e di nuovo la gente vide calare ceste di pane dalle mura; e sembrò loro ben strano che chi li volesse uccidere desse loro da mangiare. Così, alla fine, alcuni delegati del popolo entrarono nel castello e raccontarono l'intera storia. Quando i capitani, che già avevano visto alzarsi il fumo dei roghi, l'ebbero udita per intero, andarono dal Conte per ricevere istruzioni; senza voltarsi, questi disse solo: "Aprite i magazzini".
Così fecero i capitani e diedero ad ogni villaggio, contrada o borgo, quanto stivato nelle opulente risorse del castello, finché le stesse non si svuotarono. E nonostante si trattasse di un feudo fiorente, le cui scorte erano state ammassate per anni, non si riuscirono a raggiungere tutti gli angoli del vasto territorio, né le stesse si rivelarono sufficienti per l'intero anno, se non con grandi privazioni; e molti, soprattutto i più giovani o i più anziani, morirono di stenti.
Ma quella sera, senza che alcuno fosse avvertito, squadre di arcieri scortate da fanti marciarono in ranghi serrati verso i confini meridionali; e i contadini, al loro ritorno, scoprirono che di mendicanti e di esuli non c'era più traccia, e presto, nonostante il Conte non avesse proferito parola, molti cominciarono a mormorare parole irate nei confronti del Re. Questi radunò in fretta il suo esercito e si rifugiò nella corte, tremando di paura e terrore, sino a che un nobile del suo seguito non gli sussurrò, durante uno dei banchetti in cui il vino scorreva a fiumi senza peraltro portare al sovrano l'oblio delle sue pene:
"Non sarà certo con le armi che prevarrete sul vostro Conte... Esistono altri modi, altri sistemi.. più efficaci".
"Quali?", chiese il Re inebetito; e l'altro:
"Se non avete timore, maestà manderò a voi qualcuno che conosce gli arcani, ed un'Ombra eseguirà i vostri ordini…"

L'indomani, due uomini giunsero alla corte, parendo ascendere da luoghi nascosti e lontani, con vesti cimiteriali ed uno sguardo ardente di brama.
Il Re li ricevette nella sua sala privata, e quelli si disposero l'uno alla sua destra, l'altro alla sua sinistra, ma quando parlarono con voci di ghiaccio e di fiamma quegli si accorse che uno dei due era una donna; eppure ad una sola voce gli chiesero: "Come possiamo servirti?", ed il Re, piangendo e soffocando di collera, raccontò del Conte e del suo potere; gli altri risposero sorridendo: "Dunque vuoi liberarti di lui. Comanda ed evocheremo i demoni che ti serviranno nel migliore dei modi".
"Devono essere potenti, devono incutergli un terrore folle come la mia collera, prima della morte!", proruppe il sovrano. "Sarai servito", fecero eco i due stranieri; "e con queste parole, anche noi lo siamo", soggiunsero sibillini; quindi, presero alloggio nel palazzo.
Il Conte non usciva quasi più dai suoi alloggi; aveva ordinato che i confini fossero sorvegliati, poi si era rinchiuso nello studio e nel silenzio, e mentre le primavere si avvicinavano ed il feudo rifioriva, continuava ad essere duro, freddo, metodico come sempre.
Sulla sua fronte, la cicatrice infertagli da quel lancio di pietra rimaneva a ricordargli gli anni passati.

Una sera, però, un lieve bagliore bianco era baluginato in cima alle scale che conducevano alla sua camera, un bagliore malato. Senza paura, salì le scale e le trovò buie se non per la fiamma della sua candela. Talvolta, nei giorni successivi, il bianco bagliore si manifestava nella sua camera da letto; con stupore dei suoi domestici lo si vide sistemarsi, oltre al breve pugnale che sempre portava, una lunga spada alla cintura. Il biancore compariva e scompariva, quasi ogni sera. Per due anni non accadde altro. Poi, una notte, il bagliore bianco prese la forma di una figura umana, sino ad un passo dal letto in cui il Conte giaceva, sveglio, per poi fermarsi dinanzi ai suoi occhi severi e dissolversi. Infine, la neve tornò a vorticare sul castello. Il bagliore comparve nella stanza in cui il Conte vegliava, e divenne poco per volta, come una nube di luce che si trasfiguri in una sostanza chiara e splendente, la figura della moglie morta, in un alito gli disse: "Vedi, sono tornata da te".
"Sì", rispose il Conte, "lo vedo"; quindi lo spettro si fece più vicino perché potesse notarne l'incarnato pallido, gli occhi grigi, e sentirne l'alito caldo sulla sua pelle. Lo spettro lo abbracciò, il calore del suo seno e delle sue gambe parevano di fiamma mentre la moglie morta ripeteva: "Sono tornata da te…", ed il Conte si lasciava trasportare verso il letto la cui stessa ombra pareva tremolare dinanzi a quel bagliore incandescente, mentre la neve continuava a cadere sulla tomba della moglie, lontano, oltre le mura.
Lo spettro bianco e ardente si lasciò scivolare nel letto, stringendo il Conte, che si slacciò il mantello.
"Staremo insieme per sempre"; disse lo spettro avvicinando il viso bianco di fiamma, in cui i lineamenti primaverili sembravano essersi incendiati, al volto del Conte.
Lo stiletto saettò veloce nel centro della faccia dello spettro; un grido altissimo, disumano, disperato, animale, scosse la torre del castello, ed i soldati di guardia caddero in ginocchio e si tapparono le orecchie. Il Conte si risollevò, e gettò il pugnale in un angolo, la lama arrugginita e bruciata, ma non c'era né traccia di sangue, né del peso di un corpo che si fosse appoggiato sul letto affianco del Conte.

Lo sguardo triste, severo, del Conte, si rivolse verso la finestra che dava sulle mura, ricordando una nevicata di molti anni prima. Poi, si rimise il mantello e si avvicinò alla porta. In quell'istante si levarono innumerevoli grida di terrore provenienti dalle sale inferiori. Il Conte strinse la cintura militare alla vita ed uscì dalla sua camera mentre i soldati, discese in fretta e furia le scale, abbandonando gli armamenti, vedevano crollare come carta incendiata gli ultimi piani della torre del Conte.

Un lago di sangue bagnava gli stivali che il Conte indossava ancora, ai due lati del corridoio i corpi senza vita di uomini e donne che lavoravano nel castello erano sparsi come stracci, le gole tagliate, i ventri squarciati, le armature dei soldati bucate come veli di lino. Il Conte avanzò freddo mentre i suoi passi calcavano ruscelli di sangue fresco discendendo le scale. Ai piedi di una rampa, vide un giovane garzone ancora avvinghiato a una colonna, gli occhi colmi di terrore nel corpo che diveniva sempre più gelido, sempre di più; con un ultimo respiro disse:
"Lui è qui…", quindi ricadde come un fiore reciso fra le braccia del Conte.
Nel centro della sala più grande, una belva dal pelame scuro, irsuto, volteggiava con un ghigno sadico delle fauci falciando i pochi soldati che tentavano ancora di colpirlo, mentre i loro fendenti sembravano attraversare un corpo fatto d'ombra. Il ghigno infernale risuonava negli angoli più lontani del palazzo; un capitano scosse la spada sullo scudo e gridando si lanciò alla carica; la sua lama attraversò il bersaglio da parte a parte, ma questo rise, di una risata in parte bestiale, in parte quasi umana, con una forza di terrore tale da raggelare il sangue nelle vene mentre le zanne si richiudevano sul collo dell'uomo che invano tentava di ripararsi, traversando scudo, armatura e gorgiera, e staccando di netto la testa, che rotolò sino ai piedi del Conte.
Gli uomini d'arme più giovani lasciarono cadere le spade, lividi, pronti a farsi massacrare.
Il Conte guardò il viso del morto, era il capitano cui aveva dato l'ordine di calare il latte dalle mura, quel lontano giorno di pochi anni prima Allora, ringuainò la spada che aveva sfoderata, e, guardando la bestia nera, d'un'ombra più fitta della notte senza stelle, protese la mano verso di lei, tuonando con voce ferma:
"Torna!"
La bestia si volse sogghignando con la dentatura atroce sporca di sangue, quindi si gettò verso il Conte. Quello, dinanzi agli occhi attoniti delle guardie, in piedi, fiero in mezzo al sangue, disse con voce alta e severa, descrivendo un cerchio con la mano aperta quasi a voler raccogliere l'oscurità della bestia nel palmo:
"Tu non sei di questo mondo. Torna! Torna negli Abissi!" e, d'improvviso, parve che tutte le ombre della sala convergessero verso il suo palmo aperto.
La belva emise un grido, uno schianto, un rantolo, e venne assorbita dal palmo della mano che si richiuse a pugno; quindi, con un gesto improvviso, il Conte riaprì la mano gettando indietro le ombre, che si tramutarono in luce abbagliante.
In lontananza, si udì un grido lamentoso perdersi nella neve; poi, più nulla.
Quando il volto dei giovani soldati ebbe ripreso un briciolo di colore, essi videro il Conte, incolume, in piedi in mezzo alla carneficina, osservarli calmo e severo, ordinando loro: "Date sepoltura ai morti", quindi, il Conte ritornò nella sua stanza.

Il Re, che aveva fatto approntare nuovamente un piccolo esercito, fu svegliato nella notte da due gridi distinti ma ugualmente gelidi e spettrali, tanto che al mattino non volle disfarsi delle coperte, tremando, sino a che non gli giunse una strana notizia; i due maghi che aveva accolto nel suo palazzo erano morti, senza che fosse evidente traccia alcuna di violenza. Allora, il Re si alzò ed andò a contemplare il suo fallimento.
"Bruciateli! Bruciateli!", riuscì solo a dire fuggendo.
Ma di lì a poco, la mente del sovrano vacillò e cadde, ed il regno andò a suo figlio, amato anch'egli poco, e forse addirittura meno del padre, per le violenze gratuite cui si concedeva e quindi, alla morte di questi, al figlio cadetto, avendo fatto mettere a morte il primogenito per essersi questo invaghito di una delle favorite del padre.
Nessuno osò più contestare l'autorità del Conte, il suo feudo rifiorì più splendido che mai ed ancora oggi è ricordato tra gli uomini.
Infine, dopo molti anni, ben più lunghi di una triste vita mortale, il Conte scomparve; di lui non si trovò più traccia alcuna. Alcuni dicono di averlo visto varcare, avvolto in abiti poveri e grigi, le porte della cinta delle mura, in una notte d'inverno fredda in cui le stelle riflettevano i loro bagliori sulla distesa di neve.
Il Conte fu dato per morto; ma le truppe del giovane Re ignorarono le sue volontà, ed il feudo passò in mani meno ferme, e più controllabili dalla corona, ed iniziò così il suo lento declino, nonostante fosse stato l'unico dominio feudale a resistere, ai tempi del vecchio Conte, sia alle armi, sia alle arti che non vengono nominate.
Il tempo ha cancellato ogni cosa, ma la storia del Conte e dello spettro è ancora raccontata fra gli uomini."

L'elfo aveva terminato di raccontare. Un lieve brusio, simile allo scorrere di un ruscello limpido, si diffuse tra le pietre, mentre gli altri elfi, l'uno dopo l'altro, si alzarono. Infine, il mastro cantore si eresse in tutta la sua statura, e suonò la campana, ancora una volta, e gli elfi si allontanarono simili a bruma evaporata dal sole.
Fra loro, uno recava in fronte una vecchia cicatrice, ma come gli altri svanì senza proferire parola.

Adesso, se sentite una campana dal suono argentino squillare nei boschi o tra le brughiere, sapete il perché.



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