Il mondo di John Ronald Reuel Tolkien
Il mondo di John Ronald Reuel Tolkien
Ainulindalë
— La Musica degli Ainur —
L'Ainulindalë è un breve testo con cui si apre il "Silmarillion", opera postuma di J.R.R. Tolkien. In esso vengono narrate le origini del mondo, dalla Creazione "nella musica", da cui il titolo, per cui l'Universo null'altro sarebbe che un'unica, immensa melodia, alla Creazione "in visione" sino a quella posta finalmente "in essere".
Si tratta di un testo densissimo, dal linguaggio aulico e tuttavia conciso, in cui l'autore pone le fondamenta del mondo che andrà creando nelle opere successive (il Silmarillion è stato pubblicato postumo, ma è tra i primi lavori cui l'Autore diede mano, continuando ad arricchirlo e perfezionarlo sino alla morte, avvenuta nel 1973), come "Lo Hobbit" e, soprattutto "Il Signore degli Anelli".
Tutto —narra Tolkien— ebbe inizio dall'Uno, "che in Arda è detto Ilùvatar" che "creò per primi gli Ainur, i Santi, rampolli del suo pensiero".
Segue poi la narrazione della Creazione, con il Primo Tema musicale, un Tema cui tutti gli Ainur presero parte, ma durante il quale uno di essi, detto Melkor, prese a intonare una melodia sua propria, fragorosa, possente ma dissonante e orrenda.
Seguono a questo punto il Secondo e il Terzo Tema musicale, con cui Ilùvatar tenta di riconciliare con l'amore la dissonanza creata da Melkor, ma quest'ultimo oppone un rifiuto. Non è difficile scorgere in questo resoconto che Tolkien ci dà dei "Giorni prima del Mondo" un riflesso della teologia cristiana, anche tenendo conto del fatto che, successivamente, si avrà contesa tra gli Ainur: Melkor e i suoi seguaci da una parte; Manwe e gli Ainur fedeli a Ilùvatar dall'altra — trasposizione della Battaglia tra Lucifero e l'Arcangelo Michele. Tuttavia va tenuto conto che, sebbene Il Silmarillion nel suo insieme, così come Il Signore degli Anelli, siano anche teologici e morali, nell'Ainulindalë Tolkien non stava stendendo un trattato teologico, ma costruendo una mitologia.
Egli stava creando quello che era stato l'Olimpo degli Dèi Greci, descrivendo, col massimo rigore logico, come gli abitanti della "Terra di Mezzo" avrebbero immaginato le proprie origini e quelle dell'Universo.
Sebbene incompiuto, possiamo dire che sostanzialmente Tolkien ha mantenuto la stessa coerenza sia internamente al Silmarillion sia esternamente, con le opere che ad esso fanno riferimento per ciò che riguarda la struttura e la Creazione della Terra di Mezzo; ed in particolare nel Signore degli Anelli.
Lui solo ha ricreato per noi quello che l'immaginario collettivo di Greci e Romani partorirono in secoli e secoli. Nell'Ainulindalë sono poi altre considerazioni di carattere più "filosofico": essenzialmente, che ogni cosa proviene dall'Uno ed è innanzitutto vibrazione ed energia, per poi mutarsi in suono e luce; che solo l'Uno può creare ex nihilo esseri senzienti dotati di una propria individualità e volontà; che alla Fine tutto, persino il Male, quello assoluto, rappresentato da Melkor, da cui originarono le cause di ogni crimine, violenza, odio, e di tutto quanto vi è di maligno al mondo, che si tratti del singolo o di interi popoli ( ricordiamo il Fratricidio di Alqualondë ), tutto tornerà all'Uno e non farà altro che accrescere la sua gloria, per quanto questo possa risultare oscuro persino agli stessi Ainur.
Nelle opere successive e massimamente nel Signore degli Anelli Tolkien si attiene fermamente alle vicende narrate nel Silmarillion, e principalmente a quelle descritte nell'Ainulindalë; e tuttavia, pur trasportandoci tra Re e Regine, Nani, Maghi ed Elfi, la sua attenzione si appunta sempre su quelli che un altro scrittore riterrebbe personaggi "minori", come il vecchio Maggot, un contadino onesto ma duro e forte come la terra sotto i suoi piedi, o forse, ancor di più, come Omorzo Cactaceo, un uomo basso e grasso ma bonario, pacifico, generoso e cauto, proprietario di un'osteria in apparenza insignificante, in realtà fulcro di eventi che avrebbero cambiato il mondo e rovesciato e ricostruito regni.
Insomma, Tolkien ci ricorda sempre che per quanto possano sembrarci distanti i problemi di ogni giorno dai massimi sistemi, per quanto sia grande la distanza che intercorre fra Cielo e Terra, per quanto insignificante possa apparirci la nostra vita di fronte all'Universo, ogni uomo nel suo focolare è Re, ogni donna Regina, e che, spesso se non sempre, "sono le mani dei piccoli ad agire per necessità, mentre gli occhi dei saggi sono rivolti altrove".
John Ronald Reuel Tolkien
— Interpretazioni parallele —
Un autore che a lungo è stato relegato nel ghetto degli “autori per l’infanzia” (e solo recentemente riscoperto grazie all’industria cinematografica e ad una critica un po’ più illuminata) è John Ronald Reuel Tolkien, malgrado “Il Signore degli Anelli”, il suo capolavoro, risulti essere il libro più venduto del secolo! Il libro, imponente e maestoso, nonostante la mole non è un “mattone”; nessuna digressione ottocentesca, ben poca sentenziosità morale (e sempre o quasi messa in bocca a misteriosi individui, gli Stregoni, di cui si conosce poco o nulla) e azioni rapide e avvincenti. Il romanzo narra estesamente la Guerra dell’Anello, combattuta dai Liberi Popoli (Elfi, Nani e Uomini) contro il malvagio Sauron ed i suoi intenti diabolici, dal punto di vista degli Hobbit, un popolo di cui non si trova traccia nelle tradizioni e che sembra essere un’invenzione dell’autore: una branca della razza umana dalla statura minuta, amante della pace e della tranquillità, suo malgrado coinvolta in eventi più grandi di lei.
Qui l’oggetto della contesa è un anello, l’Anello del Potere (o Anello Dominante) e una fantasiosa interpretazione freudiana della vicenda potrebbe individuare in questo oggetto un simbolo sessuale, sebbene l’anello dal punto di vista simbolico abbia significati ben maggiori, cosmici e universali: la sua forma rimanda alla completezza da un lato e, dall’altro, alla ciclicità degli eventi, al continuo e perenne mutamento. Un Indù vedrebbe in esso la “Ruota delle Rinascite”, un Cinese un simbolo che rimanda allo Yin/Yang ed al perpetuo avvicendarsi di luce e buio, estate e inverno; un esoterista lo affiancherebbe alla Ruota della Vita dei Tarocchi, al concetto di destino individuale e universale.
Tuttavia, anche volendo prendere come punto di partenza la visione freudiana, l’impianto narrativo funziona perfettamente e, benché Tolkien non accenni mai ad una possibile interpretazione in tal senso, vale la pena esplorarla e constatare come essa regga anche ad un’analisi di questo tipo.
L’Anello Dominante condivide le caratteristiche proprie della sessualità: dotato di un’immensa potenza, tanto da renderne schiavo chiunque volesse usarlo senza averne la forza necessaria, forgiato da Sauron in persona, il luogotenente sulla Terra di Morgoth, l’equivalente tolkieniano di Lucifero, è in grado di dominare i Grandi Anelli forgiati dalle mani esperte dei fabbri elfici per usi benevoli e pacifici: i tre anelli degli Elfi, in particolare, erano stati fabbricati per mantenere pura e immacolata la terra, per creare armonia e gioia, e, cosa forse ancora più rilevante, per arginare lo scorrere del tempo, e mantenere ogni luogo puro e immutato per l’eternità. Questi anelli in particolare, ornati ciascuno da una gemma, possono simbolizzare alla perfezione lo stato di purezza antecedente l’ingresso nell’età adulta; non per niente gli Elfi di Tolkien sono sì dotati di un’ardente vitalità, ma anche allegri come bambini e similmente poco propensi a lasciarsi scoraggiare dalle avversità; inoltre, per loro stessa natura (immortale) vivono una sorta di eterno presente, tanto che un anno elfico equivale a 144 anni solari.
Degli Anelli dei Nani poco viene detto; dei Nove Anelli degli uomini, che essi più degli altri sono facilmente asservibili al controllo di Sauron. Controllo che viene ottenuto proprio grazie all’Anello Dominante, forgiato nascostamente, ed in seguito perso e smarrito.
Finché, un giorno, esso non viene ritrovato per un puro caso (o per un destino preciso, come direbbe Gandalf, lo Stregone buono).
Che fare, adesso, dell’Anello? La sua potenza è troppo grande e troppo malvagia perché chi lo utilizzi non diventi a sua volta un servo di Morgoth ugualmente crudele e spietato, un nuovo dittatore che ami la morte e la distruzione come il suo predecessore. D’altronde non lo si può custodire in eterno; prima o poi il suo padrone lo riprenderebbe con la pura e semplice forza.
Gettarlo via, oltre a richiedere un’immensa determinazione (e nel corso del libro molti sono tentati di appropriarsene, tale è l'attrazione che l’oggetto esercita), sarebbe pericoloso e incauto: ciò che è perso può essere un giorno ritrovato.
Se adottassimo la chiave di lettura che ci siamo prefissi, individueremmo facilmente nella potente forza di attrazione dell’Anello la pulsione libidica, nella tentazione di appropriarsene una raffigurazione dello stupro, nella volontà di custodirlo in eterno inoffensivo la scelta della verginità.
Ma la decisione che viene presa dal Consiglio, suggerita da Gandalf, emissario del Bene, è ben diversa: la distruzione e l’annientamento dell’oggetto, nel Fuoco stesso in cui venne creato, grazie alla prudenza ed al segreto.
Ed è qui che la nostra interpretazione comincerebbe a vacillare: distruggere la libido? Come sarebbe possibile? Si potrebbe occultare l’Anello (repressione), ignorarlo (rimozione), usarlo come arma a fin di bene -almeno nelle intenzioni iniziali, poiché, avverte il libro stesso, l’utilizzo dell’Anello conduce alla necrofilia ed alla perdita dell’anima del suo possessore- (esercizio socialmente accettabile della libido).
Se volessimo portare sino alle estreme conseguenze questo simbolismo dell’Anello Dominante, che è certamente presente ma subordinato a fronte di un simbolismo ben più vasto ed universale, dovremmo rivolgerci ad altre fonti, che esulano dalla chiave di lettura strettamente psicologica, per affondare le loro radici nella misterosofia; potremmo così trovare un parallelo significativo nell’episodio di Gereint (Erec) e la “prova del corno”, che “appartiene ai misteri superiori ed è una conseguenza della sua duplice funzione, e lo eleva un piano al di sopra della manifestazione polare delle forze sessuali del Cavaliere Rosso e dalla ‘dama del sicomoro’. L’incantesimo del giardino del Sicomoro non esiste più, perché non rappresenta più un pericolo seducente dal quale mai nessuno è mai riuscito a tornare. In termini psicologici il ritorno al ventre materno o alla idilliaca consapevolezza collettiva del livello animale non rappresenta più una travolgente attrazione magnetica. (...) ora lui (Erec) ha conquistato la sua indipendenza spirituale ed è padrone delle forze polari della natura inferiore.”[1]
Invece no. L’Anello viene effettivamente distrutto nelle fornaci di Monte Fato in cui era stato generato; la potenza di Sauron scompare, ed il mondo torna ad essere libero. Ma forse più triste, poiché anche gli anelli degli elfi hanno con esso perduto il loro potere, e le onde del tempo presto invaderanno i loro reami immersi in un eterno presente, invitandoli così all’Esilio, e ad allontanarsi per sempre dalla Terra-di-Mezzo.
Che cos’è quindi accaduto alla spinta sessuale che avevamo identificato con l’Anello del potere? Dobbiamo concludere solo una cosa: è stata o sublimata o distrutta, e benché questo abbia comportato la perdita dell’incanto che gli altri Anelli avevano generato (l’incanto dell’infanzia prima dell’apparire della sessualità), ugualmente il tradimento che Sauron, servo di Morgoth-Lucifero aveva perpetrato nei tempi remoti è stato vanificato, e mai più i popoli saranno sotto la schiavitù dell’Anello; e tutto quanto sarebbe potuto essere creato senza il tradimento iniziale viene perduto, rimanendo solo come una nostalgia lontana, ricordo di cose possibili ma mai accadute.
Ritorniamo così al punto da cui eravamo partiti: la nostalgia di un tempo che non è mai esistito ma che dovrebbe esistere poiché è scritto nella natura stessa del creato. Una nostalgia che entra nel cuore dell’uomo e, lentamente, lo cambia, rendendolo più triste per la consapevolezza di ciò che è stato perduto, ma più saggio.
Come Alice sperduta nel Paese delle Meraviglie, anche in Tolkien i personaggi vengono messi in guardia dal duplice aspetto di apparenza di vita e vittoria, e realtà di morte, che il simbolo possiede. Eros non è più l’alternativa a Tanathos; ne diventa soltanto una maschera, come i modi cortesi che il tricheco usa per attirare le ostriche (in Carrol): l’Anello svolge la stessa funzione; a fronte di una promessa di facile vittoria sul male, corrompe l’anima del suo possessore fino a renderlo un dittatore il cui fine è solo la morte e la distruzione di Arda (la Terra), e di quanto in essa vive.
Pertanto, è possibile accedere all’opera di Tolkien grazie a molteplici chiavi di lettura; quanto più una fonte letteraria è aperta a differenti interpretazioni, tanto più essa è ricca di significati che si sovrappongono a livelli diversi.
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Note
1 - Gareth Knight, “La Tradizione segreta nella Leggenda Arturiana”
Quando John R.R. Tolkien, scrivendo Il Signore degli Anelli, si ritrovò dinanzi la grande città di Minas Tirith – assediata dal possente esercito allestito da Mordor per l’annientamento completo della potenza di Gondor e, con essa, della libertà degli Uomini e degli altri popoli liberi della Terra di Mezzo – isolata, priva di speranza e di una guida sicura, certamente avvertì il bisogno di contrapporre alla fatalità tragica dell’ineluttabile un evento che sarebbe risultato risolutivo in maniera del tutto inaspettata, oltre ogni speranza del lettore, per realizzare quell’eucatastrofe che, sola, è capace di catarsi e di rendere a una storia la funzione che le è propria. Il grande affresco dell’assedio sotto un cielo fosco e gravido di nefasti presagi, in attesa dell’impossibile, e, lontana, la promessa di un aiuto cui ormai pochi credevano, dovette, del pari, richiamare alla mente del cattolico Tolkien un evento già accaduto nella realtà, molto tempo prima, in quel Medio Evo che aveva prodotto il Beowulf ma che abbracciava epoche e secoli diversi tra loro. Un’altra città, questa volta reale, era stata assediata per lunghi, interminabili mesi, e liberata in pochi giorni da un evento che era sembrato miracoloso, oltre cinque secoli prima: Orléans. Ed è difficile ignorare le singolari sovrapposizioni tra la storia e la narrazione che, nel Signore degli Anelli, procede per un susseguirsi di speranze infrante e disperazioni spezzate da un solenne fato.
Come Orléans, anche Minas Tirith non solo è assediata senza speranza di salvezza; è anche l’ultimo baluardo prima della caduta di un regno che non ha ancora un Re legittimo; l’incoronazione trionfale di Aragorn sarà speculare a quella, solenne, di Carlo VII a Reims, in entrambi i casi del tutto imprevedibile. Se nel libro il ramingo ha rivendicato ad un Sovrintendente inetto il governo e la corona, nella storia un principe impacciato, timido, lontanissimo dalla successione, si ritroverà acclamato dal suo popolo come Il Vittorioso, licenziando uno dopo l’altro gli incapaci ministri. Se il regno di Gondor ha perso l’antica capitale, Osgiliath, la Cittadella delle Stelle, e, con essa, il controllo del fiume Anduin, ugualmente la Francia aveva perso il dominio della Loira, confine naturale per l’accesso alle terre meridionali, il fiume più lungo del regno.
E, cosa ancora più importante, il soccorso doveva venire in entrambi i casi da una persona che non avrebbe avuto alcun motivo per essere lì. Chiamata da Dio o dal destino, in soccorso degli uomini o del regno; soprattutto, ultima difesa contro il male morale ancor prima che vessillo contro il nemico sul campo di battaglia; preannunciata da una profezia mormorata con timore da persone che neppure ne conoscevano l’origine. Giovanna d’Arco giunse così ad Orléans. Allo stesso modo, Tolkien forgiò con tempra d’acciaio e stupore primaverile Éowyn, nipote del re di Rohan, che nascostamente si unì all’armata che giungeva in soccorso della città assediata. E come, di Giovanna, si diceva che sarebbe giunta per liberare la Francia, ugualmente nel libro troviamo Éowyn destinata ad un'impresa più alta del semplice ruolo guerriero che si è addossata; non è suo compito sconfiggere l’esercito assediante, pur se partecipa alla battaglia, bensì quello di misurarsi con un’incarnazione del Male, il Re Stregone, il comandante supremo della armate di Mordor, che nella paura, nella disperazione e nel terrore aveva le sue armi, ancor prima che sul piano del combattimento puramente fisico. E l’evento più miracoloso dell’impresa di Giovanna era stato appunto quello di ricordare ai combattenti che essi erano innanzitutto uomini, prima che belve assetate di sangue, la sfida maggiore l’aveva affrontata quando si era rivolta allo spirito di quei briganti che ancora si chiamavano soldati, restituendo loro dignità, onore, salvezza, in un tempo in cui v’era solo disperazione.
Così, troviamo dama Éowyn nella carica di cavalleria che travolge le armate assedianti, ed è davvero difficile non tracciare un parallelo tra la cavalleria pesante francese e le sue cariche frontali, che così spesso si erano scontrate con la selva di pioli e picche inglesi, decimata dalle frecce di arcieri implacabili. Particolare che è stato ampliato dal regista Peter Jackson nella sua trasposizione cinematografica dell’opera. E del pari è difficile non vedere in quell’alba disperata, in cui gli uomini sono certi di andare incontro alla morte, rischiarata poco per volta da una consapevolezza che non ha nulla di razionale ma che nasce dall’interiorità, che è avvertita attraverso segnali quasi impercettibili, la stessa speranza che animava i difensori di Orléans. Sui Campi del Pelennor è il vento, simbolo dello spirito, a mutare direzione, iniziando a spirare dal mare, allontanando le nubi sotto cui la città giaceva. Era successo inspiegabilmente in Francia, quando il giovane comandante delle difese si era appena trovato a confronto con quella ragazzina di neppure diciassette anni che pretendeva di dargli ordini: Jean, detto “il Bastardo d’Orléans”, non aveva più pronunciato una parola, quando il vento era girato, improvvisamente, e la Loira era tornata navigabile – ed egli aveva ricominciato a sperare.
Tolkien associa lo stesso, identico simbolo, all’alba, caricandolo di un significato potente. La carica dei Rohirrim che preannuncia la salvezza a Minas Tirith è improvvisa, provvidenziale. Ma un altro dramma deve consumarsi. Il grande re di Rohan, Théoden, deve morire all’apice della speranza, mentre parallelamente il Sovrintendente di Gondor cerca la morte poiché sconfitto dalla disperazione, prima che dal nemico. Ed è in questo frangente che Éowyn, come Giovanna alle Tourelles, compie l’impossibile, abbatte il nemico, un nemico mortale poiché morale ancor prima che fisico; come Giovanna viene ferita; come lei non è sola: se a reggere lo stendardo di Giovanna era un soldato destinato a rimanere nell’ombra, ad aiutare Éowyn troviamo uno dei personaggi meno votati alla guerra tra quelli scaturiti dalla penna di Tolkien, uno hobbit. Come Giovanna fu creduta morta dagli inglesi, Éowyn è creduta morta dalla sua gente e dal suo stesso fratello, Éomer – ed è lui, nel libro, a incitare gli uomini con una sola parola: “Morte!”, ed a cavalcare verso la riscossa. Né è difficile scorgere nei suoi tratti, nel suo comportamento, in trasparenza, la figura del Bastardo d’Orléans, entrambi cugini dell’erede legittimo, entrambi fedeli in uno scenario di tradimenti; grandi combattenti e capitani ma limitati all’ambito puramente umano. È in loro la forza per vincere le battaglie, non quella di cambiare il cuore degli uomini.
Giungerà infine l’Esercito del Sud dal mare sui Campi del Pelennor; giungerà ugualmente il terrore per gli assedianti di Orléans; per i difensori, la salvezza al di là di ogni ragionevole aspettativa.
Dopo la battaglia, Éowyn sarà curata e non parteciperà alla battaglia finale dinanzi al Nero Cancello, così come Giovanna non sarà presente fisicamente alla vittoria di Castillon. A differenza di Giovanna, tuttavia, Éowyn non morirà per mano di un tribunale iniquo, non patirà il supplizio del rogo. Dopo la morte di re Théoden, di suo figlio Théodred, del Sovrintendente, di Boromir suo figlio, per raffigurare un affresco grandioso come quello del supplizio di Giovanna la Pulzella senza tradire il messaggio di speranza che intendeva trasmettere, Tolkien avrebbe dovuto dedicare un intero libro solo alla figura di Éowyn: non sarebbe comunque bastato e il parallelo sarebbe divenuto fin troppo scoperto, anziché rimanere come un potente richiamo, un’eco lontana – come il suono dei corni dei cavalieri nella nebbia del mattino.
Infine, la rinascita di Éowyn e Faramir dopo l’Alito Nero – malattia che affligge il corpo e lo spirito – oscuro e terribile come solo la disperazione può essere, offriva a Tolkien non solo la possibilità di esplorare il lungo, travagliato, percorso interiore che, vissuto in silenzio, porta gli esseri umani a risorgere dopo le più tremende prove, ma anche l’opportunità di raffigurare un amore prettamente umano ed al contempo altamente spiritualizzato.
Qui le due figure si separano. Tolkien, probabilmente, avvertì la propria insufficienza nell’inserire un tema così alto nella sua storia; come scrittore sapeva che la Terra di Mezzo doveva proseguire per la propria strada; come uomo di fede non osava spingersi oltre, perché avvertiva l’immenso oltre le fiamme di Rouen.
Restano, indelebili, alcune delle più belle pagine della letteratura d’ogni tempo.
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