Scritti di Davide Gorga

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Racconti


Kirsilvië
Cannibale
Ipotesi d'incontro

Kirsilvië

In un tempio di vetro iridescente io mi ritrovo, sola con te; l'orizzonte indora di cristalli argentei le scale su cui corriamo ridendo, chiamandoci, voci sempre nuove in questo trasparente concerto, rispondenti all'eco dei canti d'acqua innalzata in fiori di lapislazzuli.

Nei pallidi arcobaleni, le vie erano lastricate di pietra dorata e dura, nei suoi ricami circolari su cui il sole pioveva benedetto tra le fronde degli alberi, e mentre l'aurora rinvigoriva in giorno stilettante di candore, i bianchi edifici si rincorrevano l'uno affianco all'altro, nel vortice di luce crescente. Ed era ancora il mattino oltre il ponte sul fiume.
L'aria fragrante ci circondava, sfiorando la pelle con un alito di primavera.

La finestra si è riempita delle voci del mattino, come una vertigine fredda. Appoggio la mano sulla tua spalla e piano svanisci, come nebbia evaporata alla luce calda, eterea, irreale - mio sogno, mia illusione - sino a che non ritornano i frastuoni rossi a schiantarmi in terra, come in un balzo nel vuoto, per ricadere tra il calore sudato dei cartoni dell'immondizia. E il mio spirito grida.

Il mio corpo nuovamente rivestito di carne densa ha richiamato ancora gli avvoltoi.

La corsa affannata tra le paludi di saliva, inferno terreno - le macellerie aperte sul suolo dei giardini affacciate ai ruscelli aspettano noi, agnelli sacrificali. Me e te.
Il mio sangue troppo rosso non scorrerà lungo il fiume come il tuo, esile e chiaro.

La mia mano scivola nella tasca sino alle pastiglie di sogno e veleno d'incanto - ricado nell'ombra.

- Le frasi iridate di luce circolari nell'aria che non riceve più né le mie parole, né il mio grido.

Nuovamente, al mio fianco, per l'eternità, il tempio di vetro risplende nel sogno illuminato dal chiarore delle risa.
Ancora posso stringerti a me, sentire il tuo corpo, candido come un fiume, che non è più…





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Cannibale

Avevo appogiato gli occhiali sul libro che stavo leggendo prima di addormentarmi e, a quell'ora di notte, non me ne ricordai. A svegliarmi era stato forse un rumore della strada, ad ogni modo, mi alzai e scesi in cucina; una volta aperto il frigorifero per bere un po' d'acqua fresca, intravidi una ciotola di vetro semitrasparente, al cui interno sembrava essere rimasto uno scuro pezzo di torta di pane1. "Che pensiero gentile..." sorrisi tra me. Lo infilzai con una forchetta e lo misi in bocca ma aveva una strana consistenza per trattarasi di una soffice torta... dopo qualche istante mi accorsi anche del sapore.

Mi appoggiai al tavolo della cucina e sputai la coscia di coniglio bollito che mi ero messa in bocca.
Non era una fetta di torta! Era ancora ansante, palpitante, vivo!
E certo non solo per il sapore.

Vomitai.
Dovetti lavarmi i denti almeno tre volte - o forse più, non ricordo - ma per il resto della nottata mi agitai nel letto, insonne, chiedendomi se avrei fatto meglio a risciacquarmi i denti, prendere una gomma da masticare, o infilarmi sotto la doccia fredda e ghiacciata...

Ecco, ora so che cosa prova un cannibale.




Note al racconto


1 - "torta di pane": dolce fatto con pane, latte, miele, burro, zucchero, cacao, uvetta, mandorle, vaniglia.



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Ipotesi d'incontro

È uno di quegli amori che non si incontrano mai. Lei era una spiritualità incarnata in un corpo di bellezza che non cessava di ardere, come un fuoco di carità lucente, la sua mente poteva facilmente raggiungere i limiti dell'infinito e soffermarsi a meditare su di loro, ed il suo era un chiarore bruciante e chiaro, vivo di luce, di entusiasmo, di voglia di vivere e di far vivere e capace come pochi di un'amicizia sincera e di amore per il prossimo senza ipocrisie.
Ma di tutto questo, Diana non era cosciente, poiché la mente viva e pronta è sempre rivolta verso l'esterno, per cogliere l'essenza del mondo, la meraviglia del sole calante, di un'alba brunita. Mentre invece i sentimenti rimanevano ignorati, da lei stessa che non era se non l'espressione cosciente di quegli stessi sentimenti brucianti che risplendevano come un anello d'oro sul fondo di un ruscello. Ma ovviamente Diana aveva anche un corpo, che richiedeva di bruciare e bruciare l'intensità dello spirito, nella danza, nella vita sociale, nelle serate in discoteca. Al suo contrario, Paolo era sempre stato più o meno un orso, e neppure troppo temibile, ma già lacero e sdentato a dodici anni, almeno ai suoi occhi.
Era il perfetto rovescio della medaglia, il mago che non ti aspetti di trovare nel mezzo del racconto, lo sciocco che si avvolge nel mantello sgualcito parlando agli spiriti, ma che sa vedere con nitidezza ogni singola sfumatura dell'anima, completamente rivolto verso l'interno delle cose -e delle persone. Una promessa di un futuro lungo e faticoso, ed in lui ogni fuoco di vita era incanalato verso l'interno ad alimentare sempre di più l'alchimia dell'anima che si concretizzava ogni giorno sempre più viva. Ma anche Paolo ovviamente doveva gestire il suo corpo per la troppa energia che in lui fluiva, ed allora eccolo a calcare i campi da gioco, a lasciare tutto per ritrovarsi in una palestra di karate come un asceta che si ritiri in un tempio.
Ed ora il Tempo era passato, e si ritrovavano in un bar, a distanza di sedici anni, e non credevano a quanto il mondo li avesse cambiati. Diana si era sposata, aveva litigato, aveva cercato un lavoro, e l'oro sotto le acque azzurre si era offuscato, anche se era rimasto visibile agli occhi meritevoli. Era stata lei a chiamarlo, in quel bar, in quel momento che non sarebbe mai più tornato come tutti quelli di quei lunghi, interminabili sedici anni gettati via sprecando le proprie vite, come aveva spesso pensato il giovane, come la galaverna che gela per un giorno d'inverno portando il cielo in terra, e poi scompare. Se soltanto avessero unito l'esterno con l'interno, il visibile con l'invisibile! Che meraviglia sarebbe accaduta ad alchimia avvenuta? Nel frattempo anche lui era cambiato. Il viso eretto e gli occhi che guizzavano da un punto all'altro sopra un'espressione di comando. Aveva lottato e combattuto, vinto e perso nelle cento battaglie della sua vita come tutti quanti, ma aveva affinato le sue qualità sino al punto di saper quasi sentire le emozioni di chi gli stava di fronte quasi fossero le proprie. Aveva visto i campi di battaglia. I suoi amici morti. Si era battuto ed era rimasto ferito nel fisico sino a che non aveva più contato le cicatrici, nell'animo altre si erano sovrapposte, più importanti. Era diventato forte, e ironico. La sua filosofia di vita si era ridotta ad un semplice "Sei vivo? Allora va bene. Prendi la tua spada e va'!".
E Diana come molti ora ne era rimasta spaventata, vedendo che quel viso che non era mai stato pronto al sorriso la guardava con un piglio ostile solo perché questa era diventata con gli anni un'abitudine, mentre lui avrebbe volentieri benedetto il terreno che lei calpestava. Ma il tempo era passato, e di questo egli se ne rendeva conto molto più della ragazza che aveva di fronte, e sebbene si addossasse spesso le colpe di quel mancato ritrovarsi fra compagni d'armi in questa vita, ora sapeva che non era stato solo un suo errore, ma anche il frutto di una libera scelta altrui. Purtroppo.

La Ruota del Tempo gira in un senso solo.

Perché in quegli anni, essendosi addossato ogni colpa e meschinità, aveva avuto la consolazione di pensare che Diana non avesse mai sbagliato. Non era così. Compagni d'armi. Aveva passato così tanto della sua vita a combattere che non sapeva più vedere nelle altre persone che possibili compagni sul campo di massacro.

Dal canto suo Diana era un germoglio fiorito in campi sbagliati, o tale si sentiva. Dal mondo che le si era rivoltato contro, il mondo della sua infanzia in cui viventi ancora la neve e l'affetto era la fede della vita, a quello presente, in cui ciascuno perseguiva i propri interessi; anche il ragazzo che le sedeva davanti e che le sembrava così cambiato. Come aveva sempre cercato il proprio interesse, - pensò. Come aveva sempre cercato di coinvolgermi in fatti che non c'entravano niente con la mia vita solo per attirare la mia attenzione... o forse perché si rendeva conto che la sua forza, sola, non era o non era ancora sufficiente? D'altronde non aveva mai chiesto nulla per sé. Soltanto un aiuto in chissà quali faccende oscure. Di cui Diana non voleva certo far parte. Ed ora, di fronte a quel viso duro ed esperto, che sembrava conoscere la morte e la morte violenta in particolare molto più di quanto non avesse mai pensato, per la prima volta si chiese "Era giusto il mio giudizio?" e più spaventata la sua mente "Quanto da vicino conosce la morte?". Ma il sole si oscurò dietro le nubi, e con esso il rapido pensiero passò. Una maschera convenzionale...
-Come stai?
Ed i sogni viventi che come neve si posavano piano in quel giorno di febbraio erano ancora in attesa, dopo gli inferni, le solitudini, il sangue, quanto sangue sparso in ogni luogo, dove i bambini avrebbero dovuto giocare con la loro innocenza e parlare con gli Angeli dei sogni nelle notti serene d'estate, i sogni avrebbero dovuto aspettare un'alta vita e un'altra strada -scelta e voluta.

E la Ruota del Tempo continua a girare, portando i pensieri del giovane sulla Via che si era scelto e quelli di Diana sulla casa, la famiglia, sui fatti quotidiani senza rami splendenti di galaverna nell'inverno. Era questa ormai la sua Via.

Il tempo il tempo era passato. "In un'altra vita ci ritroveremo" pensò Paolo, ed iniziò a rispondere, fissando negli occhi la sua promessa di paradiso.


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